Foggia

Lo sprofondo di una città che cerca aiuto

L’abisso italiano? L’anatema lanciato da Repubblica nel suo ultimo reportage su Foggia fa il paio con le immagini di “Striscia la notizia” sulle violenze di cui è stato fatto oggetto il suo inviato in mountain bike, l’intrepido Vittorio Brumotti, che ha osato sfidare le cosche dello spaccio all’Onpi e al quartiere San Bernardino a San Severo. Le nequizie di una città che fu capitale del Regno di Napoli e si sottrasse alla passione di Federico II («perché mi fuggi?»), trovano una sua ragion d’essere anche nelle cronache sportive per quelle considerazioni di Zdenek Zeman a fine gara con il Messina all’emittente Eleven Sports: «Con il calcio cerchiamo di risollevarla dall’ultimo posto», che detta così sembrerebbe quello del boemo un riferimento alla classifica del campionato in corso se non fosse così noto anche ai più distratti e disinformati lo scadimento della qualità della vita da non richiedere un’ulteriore precisazione. Che dire… a Foggia c’è la mafia e tanto basterebbe ad ammantare tutto quel che non va sotto una coltre di sfiducia e abbandono, anzi abbiamo la “quarta mafia” diventato quasi un bollino di fabbrica. Non facciamo molto per cercare di strapparcelo di dosso quel marchio, lo si vede dai comportamenti di tutti i giorni: strade rotte, immondizia a ogni angolo di strada, cassonetti della nettezza urbana pietosi, cafonaggine un po’ ovunque e soprattutto rassegnazione, forse il guaio peggiore. Ok, ma cosa c’entra tutto questo con la mafia? Poco o nulla in fondo, parliamo di comportamenti noti ai più e non da oggi, immagini ricorrenti e antecedenti al giorno in cui la cronaca romanzata si accorgesse del fenomeno mafioso. Così il “romanzo criminale” in salsa foggiana si è arricchito in questi ultimi anni di un florilegio editoriale senza precedenti, la mafia foggiana oggi fa «cassetta» e non ci sarebbe da sorprendersi se anche il cinema se ne occupasse come peraltro già si segnalano alcuni tentativi. Al netto di tutto ciò restano le etichette e l’amarezza di non potersi granché difendere da certi riconoscimenti per la stragrande maggioranza di cittadini che di questa “fama” non ne avrebbero affatto bisogno. E la sensazione alfine di tutto ciò è che di questo racconto non resti poi molto, se il battage su certo decadimento sociale, culturale ed economico servisse soltanto a far vendere qualche copia in più (di giornale o libro, che è pur sempre una buona notizia…). Dopotutto sulla mafia del Padrino si è scritto e sceneggiato a lungo, sui Corleonesi c’è una narrazione infinita, come pure sulle cosche della ‘ndrangheta più forte in Lombardia che in Calabria. Auguriamoci che la “Quarta mafia” non diventi un brand e che fin quando resti un fenomeno ancora locale se ne possa parlare con cognizione di causa, sperando in una reazione della società civile. Perché il rischio, riteniamo, sia proprio questo: l’idillio e l’esaltazione di una criminalità ineluttabile.

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