Torna la «Gazzetta», il nostro canto libero

 

La «Gazzetta del Mezzogiorno» sta per tornare in edicola con la direzione di Oscar Iarussi e modo migliore per cominciare il 2022 non potrebbe esserci per noi giornalisti di questo storico e monumentale quotidiano. L’abbiamo atteso tutti un annuncio così, anche chi non avrebbe potuto filarsela di striscio una notizia come questa in fondo si sarà chiesto se e quando saremmo prima o poi ritornati alle pubblicazioni. Perché la Gazzetta quando non c’è fa parlare come e forse più di quando c’era, lo abbiamo sperimentato in questi mesi. Perché la Gazzetta è una presenza stabile da 134 anni nella vita di pugliesi, lucani e nelle rassegne stampa nazionali e nulla avrebbe potuto scalfire l’abitudine tra i nostri lettori di trovarla in edicola. E invece è accaduto l’imprevisto, l’inverosimile. Per giunta senza la minima avvisaglia. Nessuno mai – e noi dipendenti per primi – avrebbe immaginato la sospensione delle pubblicazioni da un giorno all’altro, per giunta dopo la garanzia fornita dall’editore pro-tempore (appena due giorni prima dell’oblìo) che l’uscita del giornale sarebbe stata assicurata anche durante la fase più delicata del concordato fallimentare. Una vicenda assurda, che dovrebbe aprire una riflessione nel mondo dei media a livello nazionale e invece quasi nessuno ne parla. Tranne i nostri lettori, colti di sorpresa e noi con loro. 

Sono seguiti giorni di interrogativi, di timori e paure e non soltanto per 140 posti di lavoro andati a ramengo. Una vicenda così meriterebbe una riflessione più profonda sul ruolo oggi della carta stampata e dei giornali tradizionali e sulle ragioni per le quali c’è ancora un mercato che si ostina a tenere in vita i simboli di un passato che la società liquida di oggi vorrebbe un po’ frettolosamente congedare. Ma i giornali sono considerati (ancora, e per fortuna) da ampie fasce della popolazione sinonimo di libertà e di democrazia, pur nell’orgia dell’informazione digitale e dei social che inevitabilmente occupano il presente e promettono di invadere il futuro della scena. 

Noi a Foggia abbiamo rilevato come la «Gazzetta» sia stata eletta quasi a “ente certificatore” della veridicità di alcune notizie, ruolo assegnatoci anche quando in edicola non eravamo più. E non sembri ingeneroso nei confronti di altre testate, che hanno tenuto testa a un compito difficilissimo: tenere informata un’opinione pubblica travolta come non mai nel 2021 dal susseguirsi di una serie di eventi da “prima pagina” (gli arresti a palazzo di Città, il commissariamento per mafia del comune capoluogo, le guerre di criminalità). Senza la «Gazzetta» è apparso arduo tenere il passo dell’attualità e dare un ordine alle cose.

Per questo oggi il ritorno alle pubblicazioni di uno storico quotidiano è una boccata d’ossigeno innanzitutto per chi crede che essere informati sia il primo canto libero del mattino. In una città come Foggia, nella sua provincia-regione grande quasi quanto il Molise, fare informazione significa tenere in piedi una comunità molto spesso vincolata al pregiudizio dei luoghi comuni («solo qua accade…») a volte aggravato proprio dal grado di disinformazione. Una responsabilità “sociale” sempre più importante quella dei giornali, altro che oggetti di antiquariato, se poi ai lettori tocca pure farsi largo nel mare insidioso delle fake news. 

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