La scelta (prematura) del sindaco di Foggia, ma dove sono i kingmaker?  

 

 

La domanda nasce spontanea: chi sono i kingmaker foggiani in grado di individuare il nome più adatto per il nuovo sindaco di Foggia? L’elezione del nuovo presidente della Repubblica offre il pretesto per un esercizio parallelo, sebbene abbastanza prematuro, sulla delicata scelta alla quale saranno chiamati i foggiani quando saranno conclusi i due anni all’incirca di commissariamento di Palazzo di città (nella foto). Oggi alle 15 si apre il voto per il nuovo capo dello Stato, la confusione tra i partiti delinea un quadro oggi altamente incerto sulla scelta del nuovo inquilino del Quirinale. Poi magari già alla terza votazione,  l’ultima a maggioranza qualificata, si riuscirà a mettere tutti d’accordo sul nome su cui convergono i maggiori punti d’incontro tra i due o tre blocchi politici. 

Naturalmente l’elezione di un sindaco non è paragonabile a quella di un capo dello Stato. Tuttavia anche qui ci sarà bisogno di un «creatore di re», kingmaker appunto, qualcuno che sappia individuare l’uomo giusto e il profilo adatto per una scelta così difficile. Bisognerà far ricorso a figure di un certo peso – opinione avvertita da vari strati dell’opinione pubblica – in grado di mitigare il grave danno di immagine arrecato alla città dalle inchieste giudiziarie sull’ultima amministrazione Landella. Non è un esercizio retorico: alcuni opinion maker, gli immancabili social e persino in alcuni convivi tra amici nelle tavolate del sabato sera, fare l’indicazione di una o più “nomination” credibile tra i foggiani più in vista è diventato quasi un gioco di società. Si scherza, ma neanche tanto. Vien da chiedersi, in particolare, se tali pensieri assalgano anche le segreterie dei partiti almeno a livello di dialettica interna. D’altronde toccherebbe a loro fare la prima mossa, pescare al proprio interno oppure guardare (meglio) alla società civile. A giudicare dal dibattito politico in corso (eufemismo), non pare però che l’argomento sia all’ordine del giorno. I maggiorenti dei partiti con il più significativo seguito elettorale, interrogati sul punto imboccano la via di fuga delle «elezioni lontanissime» (forse ai primi del 2023) per non rispondere. E poi vige la regola del non “bruciare” le candidature papabili. C’è pure, per la verità, chi manifesta un certo impaccio nella selezione, e lo confessa al cronista: l’auspicio è che sia solo un calcolo preventivo. 

Sarà un’eredità pesante quella sulle spalle del nuovo sindaco, non basterà solo cambiare passo: ci vorrà una mutazione genetica perché Foggia si affranchi dal clima torbido, infiltrato da ingerenze malavitose (lo certifica la relazione del ministero dell’Interno) che hanno stravolto l’ultimo percorso amministrativo. Sarà dura coinvolgere in questa sorta di catarsi urbana una cittadinanza assuefatta al peggio, rassegnata al “così fan tutti”. Problemi dunque difficili da affrontare. Che una città decisa a venir fuori dal morbo dell’indifferenza e del menefreghismo dovrebbe affrontare pubblicamente e non soltanto in sparuti gruppi di amici (e comunque meglio di niente: piccolo segnale di risveglio?). Perciò a chi tocca rimettere al centro il confronto? Ai partiti, ancora anestetizzati dal commissariamento? Ma anche la società civile sembra raggomitolata su se stessa. Il tema non sfiora il mondo dell’associazionismo: il Covid non agevola il confronto, d’accordo, ma la sensazione è che abbia finito per giustificare quella che resta una grave disattenzione dei (presunti) kingmaker locali. 

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