A Foggia interviene il Csm, quasi una guerra tra bande in Tribunale

Davide ha sconfitto Golia, c’è una piccola storia impertinente all’origine del clamoroso provvedimento del Consiglio superiore della magistratura che trasferisce d’ufficio il giudice fallimentare foggiano Francesco Murgo per «incompatibilità con ogni funzione giudiziaria nel circondario di Foggia». La fionda con cui il piccolo Davide sfida e colpisce il bersaglio grosso dell’istituzione giudiziaria – e ne mette a nudo vizi antichi eppure inconfessabili – è nell’esposto con il quale il farmacista Antonio De Meo denuncia i comportamenti del magistrato «colpevoli o meno, comunque suscettibili di essere interpretati come non dovuti», riconosce a indagine conclusa il Csm. De Meo nell’agosto 2020 spedisce infatti un esposto al procuratore generale presso la Corte d’Appello di Lecce (il tribunale incaricato per competenza territoriale di indagare su Foggia), che poi disporrà le intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate dal Gico della Guardia di finanza.

La vicenda fa molto rumore, in quel periodo compaiono in città manifesti 6×3 in cui si denuncia in forma anonima lo «scandalo al tribunale di Foggia». Dalle intercettazioni «emerge l’esistenza – scrive il Csm – di rapporti sentimentali tra il dottor Murgo e alcune professioniste da lui nominate curatrici delle procedure concorsuali». De Meo è preoccupato per le sorti della sua farmacia, incappata in una procedura sulla quale agirebbe una sorta di «comitato d’affari» tra giudice delegato, curatori fallimentari, avvocati e altre figure tali da «vantare un diretto interesse personale sul fallimento Dirogianni (il nome della farmacia della moglie di De Meo: ndr) tanto da decidere di apprestare una concordata linea comportamentale finalizzata a scongiurare il pericolo che venga annullata la sentenza dichiarativa di fallimento», sottolinea la Procura di Lecce che farà scattare le misure adottate dall’organo di autogoverno dei magistrati.

A leggere quelle carte vien fuori uno spaccato sconcertante del modo in cui verrebbe amministrata la giustizia nel nostro paese. Il sistema non è marcio, in fondo è la stessa giustizia che censura e sanziona sé stessa. Ma il quadro che emerge è quello di una guerra tra bande per accaparrarsi il fallimento più corposo, quasi fosse un bottino. Commercialisti (non tutti), avvocati (non tutti) si avventano come fiere sui corpi straziati di aziende già sul punto del tracollo, chi non fa parte del giro si dimena disperato e reclama una distribuzione più equa del lauto pasto al solo scopo di sfruttarne il profitto economico che ne può derivare. Più grossa è l’azienda, più grosso il fallimento, maggiore il guadagno che se ne può ricavare dall’incarico assegnato, somme che variano dai 500mila al milione di euro e oltre. De Meo si è infilato in un sottobosco inesplorato e inesplorabile per il comune cittadino, documentando tutto quel che ha potuto documentare e non è poco. Il combattivo farmacista con l’ausilio di videocamere è riuscito anche a dimostrare come un curatore fallimentare, nel pieno delle sue funzioni, fosse riuscito a portarsi via dal deposito della farmacia ormai in disarmo un paio di stampelle, forse il punto più squallido della vicenda.  Vien da pensare a questo punto all’epilogo di altri clamorosi fallimenti, da quello dell’impresa Zanasi-Moschella (poi revocato in appello a Bari, ma sentenza di primo grado confermata in Cassazione) o ancor prima della Gema (riscossione tributi, 2010), forse il più eclatante perché espressione di una certa nobiltà d’impresa in provincia di Foggia e per le decine di posti di lavoro perduti: si sarebbero potuti evitare se non ci fossero stati all’origine vizi, misteri e mezzucci come emerge dall’inchiesta della procura leccese? Il dubbio permane.

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