Gli scagliozzi di Maria Chiara hanno “sdoganato” il dialetto foggiano

«Mangiatv’ ji scagliuzz… », l’invito in foggiano di Maria Chiara Giannetta dal palco di Sanremo fa ruzzolare sulle consonanti anche Amadeus che prova coraggiosamente a seguirla nei meandri di un dialetto impronunciabile. Che anche la brava interprete di “Blanca” utilizzi l’espediente dialettale per superare l’impatto con il grande pubblico – lo stesso che ha guidato l’ascesa sulle tv nazionali del duo comico Pio e Amedeo – lo avrebbero sospettato in pochi. Dunque l’effetto sorpresa c’è stato, la parlata senza vocali ereditata dal “Crocese” (la lingua dei terrazzani) conosce una popolarità senza precedenti negli ultimi anni. La gran parte dei foggiani ha apprezzato la scorribanda di Maria Chiara nella lingua dei padri, qualcuno non l’ha invece proprio digerita, ma il giudice supremo dei social approva sostanzialmente l’intemerata sulla più importante ribalta nazionale. Ma sono, quel che si dice, beghe da cortile: agli italiani potrà importare molto poco quel richiamo un po’ meccanico alla propria tradizione linguistica. 

Però, riflettiamo un attimo: Maria Chiara nel solco di Pio&Amedeo, sul palco dell’Ariston, contribuisce a sdoganare il foggiano e la foggianità dove prima nessuno aveva osato. L’impeto linguistico, a corredo del talento, diviene così uno strumento – involontario, riteniamo – per dirottare l’attenzione da una certa narrazione andata via via profilandosi negli ultimi tempi su Foggia, da quando il marchio impresso dall’escalation di storiacce delinquenziali (la terra della “quarta mafia”) lasciava intendere agli stessi foggiani innanzitutto che da un luogo del genere non potessero che venir fuori solo spunti di cronaca nera. E invece l’estro e l’arte della giovane e spigliata concittadina insinuano il sospetto che dietro la cortina fumogena di una città incapace di reagire ci sia molto altro e tutto da scoprire.

C’è però una verità nascosta in questo simil rinascimento alla foggiana e va ricercato proprio nel dialetto. La vera novità che consentì a Pio e Amedeo di convincere gli autori di Mediaset a varare una trasmissione “cult” come “Emigratis”, diviene ora la stessa leva azionata anche per la Giannetta, conosciutissima al grande pubblico della fiction eppure resa ancor più versatile nel siparietto con Amadaues, come se non bastassero il registro della spontaneità nella gag sulla coppia attraverso i titoli delle canzoni sanremesi con il compagno-collega Maurizio Lastrico e l’emozionante monologo sulla disabilità con i “guardiani” ciechi sul palco. Resta un dubbio però su quanto possa essere controproducente farsi scudo di un dialetto così sconosciuto (e impresentabile per alcuni) per raccomandare una sorta di “Foggian style” nel mondo. Il rischio di una marginalizzazione nel registro del “trash” non andrebbe infatti trascurato, anche se c’è chi ricorda che agli albori il dialetto barese di Gianni Ciardo e soprattutto di Lino Banfi (e ora quello salentino sdoganato da Checco Zalone nel personaggio del virologo parente di Albano Carrisi) non avevano la stessa musicalità di oggi. Questione di tempo dunque. Ma il foggiano è anche un dialetto che fa cassetta: il suono gutturale avrebbe richiami all’”orrido” e al surreale e oggi c’è tutto un mercato in questo da compiacere e assecondare. Speriamo non in danno di una civiltà che dagli antichi Dauni a Federico II non meriterebbe un affronto così sfacciato.  

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