Quando la donna diventa un simbolo del vuoto nell’anima

 

 

Donna, basta la parola. E la pulsione omicida diventa furia incontrollata nell’animo di chi quella compagna ha imparato a conoscerla, ad amarla, forse ad apprezzarla nel corso di anni per poi scadere in un gesto di cieca sopraffazione. La tragedia di Giulia Cecchettin è molto più vicina di quanto non dicano i luoghi e le distanze che separano il Veneto dalla violenta Capitanata. Territorio purtroppo mai avaro di crimini aberranti, ancor più torvi e sanguinosi dei delitti di criminalità comune, perchè molto più gravi per le reazioni emotive che suscitano in ognuno di noi e che distano appena pochi mesi. Tre delitti familiari, sanguinosi e spettacolari, si sono consumati nell’ultima annata tragica: Apricena, Carlantino, Torremaggiore le tappe di questo orrore. Vittime due madri e una figlia, massacrate dai mariti e da un padre per un’idea di vendetta perniciosa, tragica e surreale che ancora persiste e anzi sembra rafforzarsi negli impulsi sempre più violenti e drammatici di chi a costo di perdere tutto ha scelto di abbandonarsi alla follia e alla disperazione del gesto di qualche secondo.

Ad Apricena, il 16 dicembre di nemmeno un anno fa, Giovanna Frino, 44 anni, veniva uccisa a pistolettate dal marito nella loro abitazione al culmine dell’ennesima scenata di gelosia. A Carlantino, il 7 marzo scorso, Petronilla De Santis, 45 anni, martoriata da ben quarantuno coltellate inferte dal marito che tentò anche il suicidio. A Torremaggiore il 7 maggio, il sangue e i lamenti di Gessica e della madre finirono chissà come sui telefonini di molti, a scuotere un tranquillo pomeriggio domenicale in quello che potrebbe essere considerato il femminicidio dei tre più tragico – se la tragedia potesse misurarsi per gradi di gravità – perchè il panettiere omicida non esitò a uccidere la figlia 16enne che aveva fatto scudo della madre con il proprio corpo. Difficile dimenticare, triste ricordare: ma riflessione opportuna nella giornata contro la violenza sulle donne. 

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