Di Carlo alle imprese: «Ora non lasciatemi solo»

Tutti insieme appassionatamente, o quasi. A Foggia si vuol pensare in grande (e sarebbe già una notizia), vengono perciò riposte grandi aspettative sul nuovo consiglio delle imprese a guida Pino Di Carlo. Gli imprenditori l’hanno votato per acclamazione: il neo presidente, costruttore edile diversificatosi da qualche anno nell’alberghiero di lusso, è stato eletto per acclamazione con 21 voti su 25. Gli altri quattro voti si erano nel frattempo dissolti nell’abbandono polemico degli agricoltori di Confagricoltura, Cia e Copagri che, nel segno dell’alternanza, chiedevano l’elezione di un presidente espressione del core-business dell’economia foggiana. Se ne riparlerà forse nel 2029, salvo sorprese.

Di Carlo chiede impegno e partecipazione sui temi caldi sul tappeto: l’emigrazione giovanile (10mila addii in vent’anni, un record) e il non-lavoro che imperversa in tutti quei segmenti di punta dell’economia provinciale (agroalimentare, turismo) che richiedono più figure specializzate. Si parla di disoccupazione, ma a restare senza lavoro sono soprattutto i privi di competenze. La vera sfida sarà forse quella di individuare una governance sugli investimenti delle amministrazioni pubbliche, oggi necessaria per riportare la pianificazione economica al centro della scena. La Camera di commercio avrebbe il diritto di esercitare un ruolo di raccordo. 

 Promettente il passo d’inizio: Di Carlo mette tutti d’accordo, l’ex presidente di Confindustria sembra avere il profilo giusto per costruire i ponti del dialogo. Non dovrebbe essere difficile per il neo presidente riportare al tavolo anche gli agricoli ribelli, avendo già teso loro la mano all’atto dell’investitura. Schietto il suo ragionamento: «Se pensaste di affidare solo alla presidenza il compito di portare avanti il programma, vi sbagliereste di grosso. Il momento è favorevole, dobbiamo remare nella stessa direzione. Vietato fallire». Ricorre anche alla metafora velistica, il nuovo numero uno di Camera di commercio: «Prendiamo il vento che ora soffia, ci servirà per affrontare la tempesta». 

Il vento che soffia impetuoso sulla testa di imprese e enti locali si chiama PNRR, Zes unica del Mezzogiorno, più una valanga di finanziamenti minori ad uso specifico delle imprese che vogliano evolversi sui mercati (come il bando sull’internazionalizzazione, contributi per il 70% a fondo perduto). La Camera di commercio non ha fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ma una cabina di regia in capo ai vari interventi di comuni ed enti territoriali potrebbe aprire canali mai esplorati. Sarebbe il caso di pensarci. Oggi si seguita ad andare ognuno per la sua strada. La posta in palio è importante: occhio e croce ci sono almeno 300 milioni da spendere, se contiamo i 105 milioni per l’eliminazione dei ghetti e dare un rifugio più dignitoso agli extracomunitari, più altri 104 milioni per i nove nuovi ospedali di comunità e due laboratori di ricerca, più una quota stimabile in almeno altri 100 milioni nel portafoglio dei comuni. Una montagna di soldi che può generare un indotto non trascurabile proprio in quei settori nevralgici del piano comunitario (transizione digitale e ecologica, mobilità sostenibile, salute). 

Si tratta di mettere a regime le potenzialità di un territorio, quante volte lo abbiamo sentito ripetere? «Abbiamo tutto, non ci manca niente», il refrain ascoltato anche durante la seduta presieduta dal consigliere anziano Eliseo Zanasi. Bene, è il momento di stabilire una road map e partire. Di Carlo vuol essere pragmatico: «Si comincia il 1° luglio, non prendete altri impegni». 

 

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