epa11793862 Russian Security Council Deputy Chairman Dmitry Medvedev chairs a meeting focusing on improving the state migration policy at the Gorki state residence outside Moscow, Russia, 26 December 2024.  EPA/EKATERINA SHTUKINA/ SPUTNIK / GOVERNMENT PRESS SERVICE / POOL MANDATORY CREDIT

Bada a come parli

La misura, questa sconosciuta. Ce ne vorrebbe di più, in politica soprattutto. E poi a cascata su tutto il resto. La verbosità dei social, ad esempio: risente degli accenti che trasudano quella stessa violenza cui fanno ricorso senza più scrupoli capi di stato e di governo. 

Prendiamo spunto da quanto accaduto nell’ultima settimana: Dmitry Medvedev (non il tennista, ma l’ex presidente russo oggi inaspettatamente più ciarliero di quando era al posto di Putin) che da numero due del Consiglio di sicurezza russo ha minacciato gli Stati Uniti di Trump, così giusto per gradire, di un attacco nucleare se non la finiscono. Quell’altro, il tycoon, che detto per inciso continua a muoversi con la leggerezza di un elefante in una stanza di cristalli, aveva appena annunciato di aver inviato «due sottomarini nucleari nelle regioni più appropriate» per spegnere le provocazioni russe sull’Ucraina e sui nuovi missili ipersonici che saranno posizionati in Bielorussia. 

Giocano a far la guerra con le parole, forse il sintomo – speriamo – che non potendo far altro almeno si accontentano di questo. Ma le ricadute sui «sudditi» sono di una gravità incalcolabile. Partendo dal dramma di Gaza in giù, siamo di fronte a spacconate e contorsionismi lessicali che obbligano la gente che vuol tenersi informata a districarsi nella babele di notizie spesso in contraddizione, a destreggiarsi tra i due opposti. Con risultati tutt’altro che scontati.

Dicono che a Gaza sia in atto un genocidio, quello del popolo palestinese. Probabile, possibile se i soldati dell’esercito israeliano sparano su bambini inermi e mentre la popolazione affamata accorre verso gli aiuti umanitari anche a costo di rimanerci secchi. Ma, attenzione: l’odioso termine, “Genocidio”, viene accuratamente evitato anche tra i più liberi pensatori d’Israele come la senatrice a vita Liliana Segre.

Negano l’evidenza? Ritengono che i 1500 morti sul fronte palestinese siano poco o nulla rispetto ai 6 milioni di ebrei trucidati dai nazisti? O forse è un modo, lo dicevamo in apertura, di esercitare quel senso della misura così bellamente ignorato nel dileggio delle parole tra Usa e Russia?    

L’ammissione di un genocidio a Gaza aprirebbe la valvola del disgusto che già monta, attenzione, verso il governo di Benjamin Netanyahu non direttamente contro Israele. E’ questo il tentativo di Segre, salvaguardare l’identità di un paese e di un popolo mentre intellettuali come Grossman quegli argini li hanno già rotti non rinunciando ad ammettere l’abominio genocida pur con «dolore» per il proprio paese.

E allora qual è la differenza fra le spacconate di Trump-Medvedev e gli equilibrismi su Israele? Pur con tutte le riserve del caso, sempre meglio forse la seconda. Perché il riserbo, l’omissione almeno lasciano il dubbio. La tracotanza è una spinta anche se davanti c’è il burrone.      

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