Come faranno, quest’anno i produttori di pomodoro, a coltivare la pianta più irrigabile che ci sia se manca l’acqua per le campagne? Nel Foggiano però ci si arrangia sempre. E gli agricoltori, proprio gli agricoltori, sono i principali campioni di questa resilienza. Da un secolo ormai.
Combattere le sventure della terra che gli è capitata in sorte è nel loro destino: basterebbe ricordare come il Tavoliere delle Puglie, un secolo fa, fosse una distesa paludosa e come, dopo la bonifica in era fascista, sia diventata la campagna verde e alberata di oggi. Verde, poi, non tutti i mesi dell’anno: fino a giugno quelle spianate sono di un giallo vivo, il granaio d’Italia nasce qui.
Ma torniamo al pomodoro perché anche quest’anno, immancabilmente, scoppia la polemica sul prezzo pattuito fra agricoltori e industrie di trasformazione puntualmente disatteso. A volte fanno il bello e il cattivo tempo gli industriali, altre volte lo fanno gli agricoltori (quando c’è meno prodotto in circolazione, come quest’anno). L’Anicav, che le industrie di pelati al Sud rappresenta quasi tutte, chiede l’intervento del ministro dell’Agricoltura lamentando, appunto, i rincari ingiustificati.
Gli agricoltori però si difendono: da contratto il prezzo di riferimento – dicono – può risalire, o scendere, del 20% a seconda del mercato. E se in giro c’è meno offerta, giusto che il prezzo salga.
Ma se fosse così semplice l’applicazione di regole basilari dell’economia, i soccombenti se ne farebbero una ragione. E invece no, i bizantinismi nel Belpaese sono sempre in agguato. E così gli industriali invocano l’”erga omnes”, l’applicazione delle norme generali appunto “nei confronti di tutti”. La machiavellica clausola scatta solo se si dispone di almeno il 70% della base di riferimento. E le industrie – sostengono gli imprenditori agricoli – quella percentuale non ce l’hanno. «Noi di Apofoggia e le altre Op che aderiscono all’Organizzazione Interprofessionale – afferma il presidente Giuseppe Grasso – rappresentiamo oltre 10 milioni di quintali di produzione agricola, siamo dunque oltre il 30% del dato certificato dal ministero».
E dunque sono i produttori adesso a chiedere al ministro i controlli sulle produzioni “rappresentate”.
La guerra dei prezzi, per quanto non sia una novità, è quest’anno particolarmente virulenta. Torniamo alla domanda iniziale di questo articolo: come mai si continua a coltivare il pomodoro da industria nonostante la siccità? Merito dei pozzi e di qualche spostamento strategico: alcuni produttori (la minoranza) ha infatti cambiato zona, prendendo in fitto i terreni là dove l’irrigazione ancora è possibile, vicino alla diga di Capacciotti (Cerignola). Terra di frutta, ortaggi e vigneti, non vocata però al pomodoro.
Per questo la gran parte ha scelto di fare ricorso ai pozzi, vedendo però crescere la bolletta energetica. Quel costo qualcuno dovrà pur pagarlo. Gli industriali non ci pensano proprio, ma se non vogliono che il prodotto marcisca alla pianta (il pomodoro ai 40° resiste 3-4 giorni), dovranno decidersi in fretta.
Quanto alle baruffe sul prezzo, non c’è praticamente notizia: sotto l’ombrellone la gente in genere legge altro.
