Si chiama Silvia Salis la mina vagante di Giorgia Meloni. Altro che Ponte sullo stretto, altro che Premierato. Alla sindaca di Genova manca ancora la ribalta del grande pubblico, divario che Lilli Gruber con il suo “Otto e mezzo” ha perfidamente provato ad accorciare. Riuscendovi.
Le insidie per la Meloni non sono tanto nei concetti politici (non ce ne voglia Salis), magari pure quelli. Va detto che oggi la sindaca di Genova risente ancora un po’ del messaggio della sinistra (perdente) portato avanti fin qui dall’improbabile coppia Schlein-Conte. Salis sembra provenire da un altro mondo. Nulla di tutto questo. La presidente del Consiglio ha da temere da Salis i modi conturbanti, le parole misurate, il tono fermo e gentile utilizzato nel contraddittorio, sia pure un po’ complice e parziale poiché tutto si può dire, tranne che “Otto e mezzo” non sia una tribuna accondiscendente con il centrosinistra.
Al di là della platea soft, è la postura che cambia da Meloni a Salis. Siamo ormai abituati ad osservare la nostra premier infilare i corridoi con passo militaresco, affrontare (sporadicamente, va detto) le conferenze stampa con tono di sfida e di sfiducia per le domande che le verranno poste. Nelle sue giornate non sembra esserci mai un minuto di serenità e immedesimazione nel ruolo, l’incantesimo forse avviene solo davanti alle cerimoniali interviste di Bruno Vespa: ebbene solo nel salotto di “Porta a Porta” la presidente del Consiglio finalmente allenta la presa e sembra rassicurata.
Però, diciamoci la verità: un’impostazione così vigile del capo del governo, mette un po’ tutti in allerta. C’è del metodo e un fine accuratamente studiato, certamente. Il cambio di passo dagli altri premier c’è tutto: avremmo ancora bisogno di modi e gesti rassicuranti, oltre che di parole efficaci e di fatti immediatamente riscontrabili.
Non è una battaglia squisitamente politica quella che si profila fra Meloni e Salis. La dialettica sui temi, tra l’una e l’altra, forse comincerà a percorrere i sentieri della sfida a distanza dopo lo sdoganamento mediatico di “Otto e mezzo” (seguiranno a breve anche gli altri, già rammentiamo un’ospitata a “DiMartedì”). Ma l’auspicio, per noi italiani, è che Meloni abbia percepito il tipo di confronto che le si potrebbe presentare davanti tra non molto e voglia modificare un tantino la sua impostazione scenica.
Certi toni da stadio, il tono greve e urlato quando dai banchi del governo si rivolge alle opposizioni, le faccine da scuola elementare saranno pure atteggiamenti distintivi e che l’avvicinano al popolo. Ma quanto si configurino in una presidente del consiglio, la risposta più efficace andrebbe ritrovata nell’austerità del presidente Mattarella.
Il copyright della “borgatara” di cui la premier sembra andar fiera (almeno a giudicare da alcune dichiarazioni riprese dall’ultimo “Atreiu”, l’evento annuale di Fratelli d’Italia), non può reggere più se pensiamo che il governo Meloni è tra i più longevi della Repubblica e aspirerebbe giustamente a rivendicare per sé un profilo di statista. O forse lei spera che per i sudditi continui a essere la solita “GGiorgia”?.
