Raccontare la mafia per saperla riconoscere, può aiutare a sconfiggerla? Forse no: altrimenti con tutta la narrazione di cui disponiamo, tra cinema, giornali e tv, da “Cosa nostra” a certi colossal tipo “Gomorra”, i cittadini ne saprebbero molto di più e ne subirebbero minor fascino (specie i più giovani). Figurarsi cosa accadrebbe se questo esercizio di documentazione si estendesse alle mafie meno note, come quella foggiana ad esempio, feroce e secolare come le più rinomate ma che sconta ancor oggi un deficit di comunicazione abbastanza colpevole.
Fenomenologia che traspare dal documentato e ben scritto libro di Luca Maria Pernice, giornalista foggiano del “Corriere della Sera”, dal titolo esplicativo “Parlatene!” – con tanto di punto esclamativo a segnare drammaticamente il senso di quell’invito pronunciato da Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci (23 maggio 1992). Pernice racconta la genesi e i risvolti criminali di una delle mafie più crudeli e occultate della nostra penisola, per l’autore non è questa la “Quarta mafia” definizione buona solo per etichettarne genericamente il riconoscimento di un’ascesa nel Gotha mafioso, ma nulla più. Classificazione che non serve ad accendere un faro sulle criminalità che infestano lo Sperone d’Italia e infatti, ancor oggi, poco o nulla se ne sa.
Una mafia storicamente sottovalutata, quella foggiana. Ignorata del tutto e oggi a fasi alterne descritta dai media con linguaggio retorico. In questa sottovalutazione anche l’informazione ha le sue colpe – come gli organi inquirenti che hanno cominciato a indagare seriamente su questi fenomeni soltanto dopo l’eccidio di San Marco in Lamis, 9 agosto 2017. La “grande stampa” (così almeno si diceva una volta) se ne occupa solo quando c’è il “fatto grosso”, al contrario dell’informazione locale che ha versato tonnellate d’inchiostro su quei delitti d’omertà e molti dei quali rimasti impuniti.
Proprio come il libro di Pernice, preciso nei dettagli, in grado di ricostruire i tratti di una mafia selvaggia quanto si vuole, ma predona e capace di connettersi ai tempi che cambiano, ben acquattata anzi protetta dietro l’immagine della «violenza da pecorai» che ne dettero gli inquirenti degli anni ’70 e a venire fin quasi ai nostri giorni, che così sbrigavano i casi dove ci scappava il morto.
Appunto, la mafia di un dio minore: come la stampa e la comunicazione dei media più generale che la raccontavano? E anche la magistratura allora?
Un aspetto affrontato con coraggio e senso di verità nell’ammissione di Elvira Zaccagnino, direttrice della casa editrice “Edizioni la Meridiana” che pubblica il libro di Pernice. «Fatti che potevano essere raccontati al grande pubblico e invece non se ne trova traccia sulla stampa nazionale». Lo stesso Pernice ricorda con disappunto cosa accadde trent’anni fa con il processo Cartagine: «15 ergastoli alla mafia cerignolana, appena quattro in meno rispetto alle condanne inflitte dal maxi-processo a Cosa nostra, ma ne parlarono solo i giornali locali».
Così i testi pubblicati su questi argomenti diventano essi stessi pezzi di storia, scritti da lasciare ai posteri, la testimonianza di qualcosa che è davvero successo. Per evitare che i buoni diventino cattivi e viceversa. Il pericolo è proprio questo: «Un tempo la gente faceva il tifo per il commissario Cattani (che sconfiggeva la Piovra nell’omonima fiction: ndr) – l’amara sintesi del procuratore aggiunto di Bari, Francesco Giannella – oggi ammira i camorristi di Gomorra e di Mare fuori. Per carità, nulla contro la libertà artistica. Ma quanta amarezza…».
