Zaccheria4

L’uomo solo che annientò lo stadio

Lo stadio è vuoto, i giocatori continuano a correre. C’è un uomo solo rimasto a guardarli, sembra in grado di gradirlo uno spettacolo così amorfo. Cosa possa attrarlo, davanti all’oblìo di alcune granitiche convenzioni sul tema, lascia sgomenti. Un’arena è per antonomasia un luogo gremito di persone, se poi in quello stesso luogo si corre dietro a un pallone diventa facile cadere nell’ovvietà dei sentimenti: la folla che ribolle sulle gradinate, l’entusiasmo per un gol, tirare il fiato per un pericolo scampato della propria squadra. E poi i fumogeni levarsi dalle curve: sono illegali ma, chissà perché,  agli ingressi passano ovunque e regolarmente. 

Attenzione però: da qualche tempo il nostro uomo non si diverte più. E le poche volte in cui sorride tira fuori un  ghigno sul labbro inferiore.

Forse anche lui si è accorto che senza tifosi uno stadio è vuoto, nel cuore e nell’anima. Solo quando i tifosi torneranno si potrà tornare a far festa come ai vecchi tempi. Forse dovranno persino ringraziarlo quel “tiranno”, come lo chiamano, che ha richiamato sugli ultra’ (involontariamente) così tanto rimpianto.
In fondo le gradinate vuote ci riportano ai tempi del Covid, ma queste di adesso sono più cupe, fanno risuonare dentro di noi il deserto che si annida in tante vite sempre più liquide. I ricordi immalinconiscono: pensando ai 20mila spettatori di certe partite contro gli squadroni del Nord, a qualcuno vengono i lucciconi. 

Lo stadio è festa, oggi sembra diventato luogo per le esequie: del pallone che non rotola più, dei funerali purtroppo veri.  L’epifania dei ragazzi-tifosi morti, un anno fa, in un incidente al ritorno da una trasferta, davanti a 10mila spettatori ha straziato l’anima, anche l’ultimo saluto all’ex calciatore Ricchetti scomparso prematuramente è avvenuto sul rettangolo di gioco e stringe il cuore. 

Più di qualcuno, vorrebbe gridare: «Torniamo a vivere, come fino a poco tempo fa». Ma non si può far finta di niente: lui è sempre la’, con l’inseparabile ghigno e l’aria di chi non ne può più.

Le tragedie greche si lasciavano anticipare da tristi presagi. Quando, cinque anni fa, la rievocazione-ter di Zemanlandia diluiva gli effetti di un’ambizione tradita dinanzi alle prime dimissioni chieste a gennaio, bisognava intuirlo il bluff in arrivo. E invece oggi, esausti, gli sportivi rinunciano alla passione di una vita pur di toglierselo di torno un rompicapo così difficile.

Ci vorrebbe però già pronta l’alternativa e questa ancora non c’è: il dramma in fondo è tutto qui.

Così la pervicacia con la quale si perpetua un sacrilegio pagano è l’altra faccia della sconvolgente storia d’odio fra il Calcio Foggia e il suo patron Nicola Canonico. Uniti per forza, ma intorno senza più tifosi. Non ci sarà finale di partita, ma forse nemmeno lieto fine se non si riuscirà a staccare la spina.

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