E’ andata via Ornella, come se n’erano andate le gemelle Kessler due giorni prima, Pippo qualche settimana fa e Giorgio Armani ancor prima. Ottuagenari e oltre che nel nostro immaginario avrebbero dovuto lasciare il nostro orizzonte già da un po’ e che oggi invece ci lasciano un vuoto dentro e sulla scena della vita, forse perché quella scena non siamo stati ancora in grado di riempirla.
Abbiamo continuato ad ammirare, come se il tempo non fosse passato, i divi della nostra infanzia, quando avremmo immaginato per loro un naturale e logico oblìo. Esempi di genio e sregolatezza, perché non parliamo di esempi di vita. La loro vita è stata anzi consacrata all’arte, si sono dedicati anima e corpo a quello che facevano trascurando tutto il resto. La famiglia, innanzitutto.
Qualche giorno fa l’88enne Renzo Arbore confessava ad Aldo Cazzullo sul “Corriere” il suo rammarico per non aver sposato l’amore di una vita, Mariangela Melato, più rimpianta da morta che da viva, evidentemente. Ma questi campioni dell’altruismo forse li amiamo ancora proprio per questo. Non è stata la loro una vita sregolata, perché ognuno ha il diritto di decidere come passare le sue giornate: pensiamo piuttosto al chiodo fisso per il loro pubblico. C’entrerà pure in questo un po’ di sano narcisismo ma sempre rivolto ai propri ammiratori. Un atto di fede imperituro, a futura memoria.
Oggi non abbiamo più divi perché non sappiamo più come sostituire queste stelle cadenti, ci rifugiamo allora nei loro ricordi per ritrovare anche un po’ di noi stessi. Il mondo sta cambiando, continuiamo a ripetere oggi come cinquant’anni fa, ma c’è qualcosa di diverso anche nei nostri ragazzi che non sapevano nulla di Ornella Vanoni e di tutti gli altri, eppure guardano a questi miti con la stessa curiosità e un filo di ammirazione, la stessa di noi più vecchi.
E del resto si spiega anche così – oltre che con la pochezza di idee – il successo di ascolti del “Techedechede’ che la Rai propone pedissequamente ad ogni estate, e in versione sempre più extralarge, sulla tv in bianco nero di trenta o quarant’anni fa.
Sarà pure epoca di stravolgimenti, ma l’ancoraggio ancora forte con il passato e persino da parte dei più giovani, tradisce probabilmente il grande timore per un futuro che non sappiamo ancora decifrare. Ai tempi di Raimondo Vianello e di Sylva Koscina alla tv del sabato sera, sognavamo un mondo che riconoscevamo e sapevamo comunque raggiungibile per chi ci avesse provato. Un futuro concreto, ma raggiungibile al costo di tanta gavetta, qualche spintarella e comunque una concorrenza meno folta. Ma chi era giovane all’epoca – i novantenni di oggi – poteva sognare a occhi aperti: “uno su mille ce la fa”, parafrasando Morandi. Oggi ce la fanno forse anche a cento, o mille, perché non si nega la consacrazione dei social che non risparmiano i 5’ di celebrità a nessuno. E’ una folla gigantesca che abbiamo davanti agli occhi, ma di talento, quello vero (salvo qualcuno), manco a parlarne.
E allora, stavamo meglio quando stavamo peggio?
