I partiti prendono voti soprattutto dalle clientele. Non si spiegherebbe diversamente l’esultanza di chi ha vinto alle ultime «regionali». Eletti da quattro gatti, o giù di lì: di questo passo si tornerà alle élite ottocentesche. Prendiamo la Puglia, dove si registra il dato più basso tra le regioni in cui si è votato con Campania e Veneto: alle urne appena il 41%. Esito peraltro scontato, partita già chiusa prima di cominciare. I nuovi presidenti avevano già staccato il biglietto ancor prima che iniziasse la campagna elettorale: Decaro in Puglia, Fico in Campania e Stefani il delfino del governatore-ombra Zaia che non poteva più ricandidarsi.
Chi si nasconde dietro la foglia di fico del voto libero, sostiene che molti elettori non si siano mossi da casa proprio perché la partita era già definita in partenza. Ma allora chi è andato a votare l’ha fatto solo per spingere i propri candidati, per faccende tutto sommato personali?
La chiamiamo ancora democrazia, ma anche un bambino si renderebbe conto di come il partito dell’astensionismo sia ormai di gran lunga maggioritario e cresce di elezione in elezione. Come chiamarlo allora questo nuovo ordine democratico: del “Mi astengo”?
La verità dietro questo gioco di specchi è che alla politica lo spettro del non voto interessi davvero poco o nulla, una volta assicuratasi il bacino dei fedeli “aficionados”, ognuno con evidenti interessi da incassare in cambio del voto: loro sì che alle urne andranno sempre e comunque, l’importante è far muovere l’indice di gradimento dei soliti noti.
Il distacco della società civile dal mondo che ci rappresenta, o ci dovrebbe rappresentare, è ormai una lampante e implacabile sentenza. Senza appello? La gente diserta il voto perché non ne può più di vedersi passare sotto il naso assurdità non più tollerabili.
I 5 stelle che vincono in Campania grazie ai disprezzabili voti (un tempo) di De Luca e Mastella, i quali a loro volta ne approfittano per infilare i figli in consiglio e alla segreteria Pd. Il presidente del Senato, La Russa, seconda carica dello Stato che straparla appena vede un microfono, salvo poi dover fare retromarcia come nel caso delle dimissioni chieste e poi precipitosamente ritirate del famigerato Garofani che da consigliere del capo dello Stato avrebbe ordito al ristorante, davanti a un piatto di fettuccine, un complotto ai danni della premer Giorgia Meloni.
Siamo circondati di cattivi esempi, come se la politica per la sola condizione di essere chiamata ad assumere decisioni, fosse nella titolarità di commutare anche i comportamenti più meschini e deprecabili dei propri esponenti in qualcosa di lecito e riconosciuto. “Così fan tutti”, d’altronde. Ci lamentiamo di quel che accade in Italia, ma se diamo un’occhiata in altre democrazie occidentali, come negli Usa di Trump – il pugno nell’occhio più vistoso – ci renderemmo conto che a qualunque latitudine di questo nostro povero pianeta, la democrazia – laddove ancora esista – ansima e teme per la propria sopravvivenza.
Ovvio che il cittadino non cerchi nella politica la patria di pubbliche virtù, ma che voglia almeno incidere con le sue scelte è aspirazione da minimo sindacale. Opportunità che abbiamo progressivamente messo da parte, dall’ultimo dopoguerra in poi. Ed a chi ci ricorda che siamo reduci da «ottant’anni, o giù di lì, di un tempo di pace» in Occidente, si dovrebbe rispondere: e allora?!!
