Aula tribunale

La giustizia parli come mangia

Nelle sofferenze del “popolo in tribunale” stinge l’autorevolezza della toga. Sapevamo di aule austere, di stucchi alle pareti e di palazzi corrucciati che ammonivano solo a guardarli. Era la giustizia che incuteva rispetto, non c’erano i parrucconi stile Alta corte inglese, ma l’osservanza dei ruoli non poteva essere messa in discussione. 

Oggi la giustizia si amministra in stanzette d’ufficio, prendiamo le udienze penali nei palazzi Telecom a Bari. E i giudici portano le sneakers, i fascicoli di vecchie udienze non ci stanno più negli archivi e corrono lungo i corridoi degli uffici di cancelleria. Siamo nell’era del digitale, ma “la legge è uguale per tutti” resta un refuso scritto con la biro. L’area rarefatta di una volta nei tribunali è oggi una coltre chiassosa e irriverente dove volano verbali da firmare ed è una fatica immane per il cittadino intravedere in quella specie di Forum televisivo la liturgia di un processo.

Ecco come soffre il popolo in tribunale, parafrasando il titolo di un convegno della Scuola forense di Capitanata (“il popolo in tribunale punizione e opinione pubblica”). Viene d’obbligo allora soffermarsi su quel termine, “punizione”, che non sia già quella di chi mette piede in certe aule di giustizia. La sentenza diventa un corpo estraneo al processo, perché viene molto dopo e come una liberazione (a prescindere dall’esito). Ma nel frattempo in quella tortuga impazzita che sono diventati oggi i tribunali bisogna starci.

Stupisce allora che quando si parli di “riforma” si parta dalla divisione delle carriere dei magistrati. Il cittadino davvero non capisce, un sistema democratico maturo sarebbe partito da certe incongruenze della nostra giustizia per risalire poi alla divisione delle carriere: giudici da una parte e pubblici ministeri dall’altra, senza più cambi di ruoli peraltro già oggi molto ridotti.

Ma la sofferenza non è solo quella del cittadino, perché gli addetti ai lavori saranno pure assuefatti a questo genere di “organizzazione”, ma giorno per giorno in quelle condizioni si perde il senso della funzione.

Un merito però il progetto del governo di dividere i magistrati ce l’ha: non ci fosse stato lo scontro sulla divisione delle carriere – dibattito più politico che tecnico – avremmo continuato a non vedere la trave nell’occhio perché di questo sostanzialmente stiamo parlando: svuotiamo con il secchiello la barca che affonda, ma non ci rendiamo conto che siamo in mare aperto. 

Non sarebbe stato meglio pensare prima a sistemare i tribunali, accorciare i processi, rinforzare gli organici: anche un bambino delle scuole elementari ci arriverebbe. Ma se la questione è inquinata dalla spinta ideologica (e lo è, senza dubbio) non sarebbe meglio per i sostenitori del “No” al referendum di marzo infilare il piede nella porta e puntare su tutto il resto che non va? L’abbiamo capito che all’anno sono poche decine i magistrati che passano dall’altra parte e che la vera trappola è nella  legge di riforma del Csm che inneschi appunto la divisione, certificata dal voto, e renda più debole l’organo di autogoverno dei magistrati.

Insomma banalizzare l’argomento non sarebbe proprio una strategia da buttare, partendo dalle cose semplici: lo capirebbero di più e meglio anche i cittadini dove si vuol andare a parare, coloro che saranno chiamati a mettere quella crocetta nell’urna.

Sarà pure una storia vecchia quella di menare in can per l’aia, ma se l’unica riforma da fare è quella delle carriere allora significa che in tutto questo guazzabuglio c’è la volontà di lasciare che le cose vadano esattamente così. 

«Spiegare qual è la funzione utile del diritto nella società» è una regola aurea, lo diceva Calamandrei, giurista e politico modello di riferimento di fini legislatori. Era una giustizia ampollosa e sussiegosa, quella del dopoguerra, ma oggi non c’è più giudice, pm, avvocato che renda il senso di quell’austera postura.

Si parla troppo di separazione delle carriere (colpa anche dei media), sebbene tutti sappiano che la giustizia rotola nel sottoscala delle udienze infinite, delle sentenze attese per decenni, del caos di qualsiasi aula di tribunale che un mercato ortofrutticolo sarebbe già meno caotico e più ordinato. Più decoro, signori: e alla politica verrebbe meno la tentazione di certe spallate.  

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