Tatiana

«Tatiana», grosso guaio per i media

Tatiana è morta per un’ora, poi un ignaro carabiniere l’ha rimessa in vita stravolgendo i codici della nostra furia giustizialista. La vicenda di Nardò dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, quanto sia avvertito tra la gente il desiderio di gogna. Non appena la notizia del finto femminicidio si è diffusa, sotto casa del presunto assassino erano già pronti qualche centinaio di scalmanati pronti a farsi giustizia da soli. Un’ora dopo, quando il clamoroso granchio è stato smentito, più di qualcuno avrà dovuto a malincuore ritirare gli artigli e fare mesto ritorno a casa.

Siamo ormai immersi in un frullatore di impeti quotidiani che non sappiamo più distinguerli dalle emozioni. Giustifichiamo la ferocia con la “sete di giustizia” che alberga in tutti noi cittadini modello. Non riusciamo però a renderci conto che stiamo tornando alle reazioni dell’uomo della pietra. Per fortuna ci sono ancora i corpi intermedi, le forze dell’ordine nella fattispecie, a tenere a bada il black-bloc che c’è in noi.

La storia di Nardò è un clamoroso caso di  distopia dell’informazione, perché nasce da una notizia sbagliata. Una notizia data male, perché non verificata, ma per il semplice gusto di fare del sensazionalismo sciocco da influencer. Perché il «like» oggi vale tutto e la carta stampata, che viaggia ormai quasi tutta online, rischia di finire impigliata in regole che non le appartengono.

Qualcuno dovrebbe ricordare che il giornalismo non è mai stata solo corsa allo scoop, la deriva di Nardò dovrebbe preoccuparci tutti. Prima di tutto per gli effetti che scatenano spesso sulla popolazione certi rovesci della cronaca nera: ai nostri maestri non bastava che ci fosse il “sì” del maresciallo, la fonte doveva essere molto più in alto. 

Non si ricordano notizie date con così tanta leggerezza, la frenesia di svelare il mistero della sparizione di Tatiana ha giocato un tiro mancino memorabile. Una ragazza “fatta morire” per oltre un’ora e poi con altrettanta disinvoltura rimessa al mondo, infortunio in cui sono incappate decine di testate nazionali, moltiplicato su milioni di smartphone, in presa diretta, perché se un pregio ce l’ha il web nella comunicazione intensiva è nella sua pervasività. 

C’è stato anche chi ha corredato quegli elementi appresi chissà come aggiungendoci ulteriori dettagli: che fosse stata “uccisa dal fidanzato” era scontato, ma “il corpo ritrovato in aperta campagna” era un dettaglio dato da pochi che in quel momento faceva assai figo. 

Siamo tutti un po’ stanchi di notizie del genere, ma questa volta l’informazione potrebbe aver perso un’opportunità storica: non «sparare» il colpo in canna  (come si dice in gergo) dell’ennesimo femminicidio, tanto più che non c’era ancora il cadavere. Ci può essere anche il lieto fine in queste storie tragiche, il fiuto dei vecchi cronisti di nera si sarebbe accorto della polpetta avvelenata. Ma se il ricorso all’omologazione scatta pure in queste circostanze non pretendiamo poi di essere ancora gli esclusivisti (credibili) di un’informazione da fast-food.

E’ invece scattato l’effetto trascinamento. Tatiana sarebbe rimasta “cadavere” per i media e l’opinione pubblica chissà per quante ore ancora, se uno scrupoloso carabiniere non fosse andato a sbirciare in un armadio nascosto e pare ignorato già nel corso della stessa perquisizione. 

L’incredulità qui supera i confini della sceneggiatura più folle, il fidanzato in quello stesso momento veniva ascoltato dagli inquirenti sulle dichiarazioni rese a “Chi l’ha visto” e mai avrebbe detto della ragazza viva se Tatiana non fosse stata trovata seminascosta, in buona salute, a quanto pare ben consapevole di cosa stesse facendo. 

Voleva allontanarsi forse per noia. Ma si è tirata dietro un mondo di incertezze da far paura. 

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