Ursula

L’Europa tra i vasi di coccio

Si dice di un’Europa anatra zoppa, però ancora in grado di imporre l’alt a Usa e Russia sull’Ucraina. Un Vecchio Continente ridotto ai margini della partita, avrebbe avuto lo stesso risultato? I negoziati per la pace in Ucraina sono fermi per l’intransigenza europea, che con la forza della ragione e del diritto internazionale ha posto nuove questioni sulla smilitarizzazione degli oblast sotto attacco russo quando saranno ferme le ostilità.

Se fosse così ininfluente, l’Europa sarebbe già stata spazzata via dalla “sbrigative politic” di Mosca e Washington. E invece la offendono, la riempiono di insulti. Sembra di rivedere la scena trasposta in un vecchio film western con i pistoleri davanti al bancone che si divertono a impallinare con i loro revolver il malcapitato di turno. Dopotutto da quale pulpito viene la predica se è Trump a denunciare il declino della civiltà europea nei prossimi vent’anni seguendo questo passo? E al declino della sua America, già pienamente nelle more di una crisi di valori irreversibile, nessuno ha avuto ancora il tempo di pensarci? 

L’Europa sembra oggi un animale ferito, dilaniato dalle sue stesse divisioni interne, ma proprio per questo più lucido e rabbioso che mai. Il piano per la pace in Ucraina, riscritto nei 20 punti, è una prova di forza da introdurre nel negoziato con la metodica del ragionamento. Un metodo di lavoro che  i due bisonti dall’altra parte del tavolo hanno già dovuto ingoiare. 

Senza Ue non c’è conflitto che possa chiudersi in Ucraina, anche se la mossa di Bruxelles va nella direzione di scontentare tutti. A meno che Von der Lyen non veda nel profondo di una difficile trattativa, l’opzione di un piano d’uscita di cui potrebbe beneficiare soprattutto Putin, la cui “guerra di tre giorni” si è protratta davvero oltre il tempo massimo. Con ricadute sull’economia russa ancora difficili da quantificare, ma rovinose per diversi analisti. Putin, ben più statista di Trump (anche se la definizione appare abusata anche per il dittatore post-sovietico), comincia infatti a temere che sarà l’economia il suo vero nemico in grado di scrivere la parola fine a questa guerra. E se da un lato il dittatore russo alza il tono dei muscoli, pronto ad andare avanti a oltranza nella sporca guerra in cui si è già impantanato, dall’altro sa riconoscere i rischi di un accanimento insensato. Oltre 1 milione di morti tra i soldati russi, ma il disagio si riflette con moti sempre più percepibili in Occidente anche tra l’establishment di Mosca e nella popolazione ridotta al silenzio.

L’intervento dell’Ue, silenzioso e considerato subalterno alle grandi potenze, si è finora rivelato efficace proprio nella sostituzione degli Usa nella partita che si gioca a Kiev. I 50 miliardi in armamenti finanziati dall’Ue per acquistare armi americane hanno sancito il superamento della recalcitrante amministrazione trumpiana sempre più affine ai metodi putiniani. 

Ma c’è anche un effetto cascata in tutto questo: sull’Ucraina si concentrano interessi speculativi di oligarchi e manager americani, alcuni sotto mentite spoglie, che finanziano la guerra di trincea di Kiev potenziandola di nuove tecnologie e per migliorare la capacità distruttiva dei droni ucraini, sempre più sofisticati e devastanti sugli obiettivi russi. Il governo di Zelensky, dilaniato dalla corruzione, ha concesso a costoro libero accesso su suolo ucraino in cambio di dati e di informazioni sensibili. 

Putin potrebbe aver compreso che un finale di partita non potrà mai esserci se a governare le operazioni sarà ancora Trump. La mite Unione Europea, vaso di coccio tra vasi di ferro, in realtà sembra avere gli argomenti giusti per ribaltare il tavolo e i destini incrociati dei protagonisti. Il terzo incomodo tra i due giganti, insultato e vilipeso, ma con la testa dura ha compreso quanto sia utile oggi disarticolare i giochi sull’Ucraina per scardinare, domani, restaurazioni proto-sovietiche che tanto affascinano il padrone del Cremlino.

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