Giornali online

La notizia per pulirsi le orecchie

C’erano una volta – e ci sono ancora, vivaddio… –  i quotidiani acquistati in edicola. Erano quelli i cosiddetti “giornali”. Poi il crollo del numero delle copie di carta, forse una naturale teoria dell’evoluzione della specie: l’espansione della Rete, la trasmigrazione sull’online. Non poteva, forse, che andar così. Ma soffermiamoci un attimo sull’ultimo punto: siamo sicuri che il passaggio dalla carta all’online sia avvenuto nel modo giusto? 

Tralasciando per un attimo i contenuti, osserviamo una qualunque pagina di sito web: notizie inframmezzate da pubblicità grottesche, surreali, al limite della decenza. C’è chi ti consiglia come depilarti il corpo con tanto di dimostrazioni pratiche… uno che si mette la carota nel naso e ne vogliamo parlare dei consigli per pulirsi meglio le orecchie?

Un tempo c’era un limite alla decenza, ora sembra proprio che nessuno ci badi più. E intanto i “giornali”, ovvero lo strumento di quel prodotto, costretti quasi a condividere informazioni che non avrebbero senso in altri contesti o solo riportando la lancetta del tempo a 20-30 anni fa. 

Dai giornali di carta alle copie sul web, abbiamo assistito a una perdita di valore del prodotto “quotidiano” come lo si intendeva un tempo, paragonabile alla svalutazione della lira con il passaggio all’euro. Oggi ci sentiamo molto più potenzialmente ricchi, ma non ci rendiamo conto che con le nostre vecchie 2mila lire (1 euro) oggi non compreremmo quasi più nulla. Con i giornali è lo stesso: siamo tutti molto più informati, sui nostri smartphone veniamo continuamente raggiunti da notizie da tutto il mondo, ma siamo sicuri che il peso di certe informazioni sia uguale a quello di un tempo?

Molto spesso titoli sparati, ma notizie appena accennate e poi un fiume in piena di pubblicità prima di riuscire ad arrivare a leggere la notizia. Persino il lettore più incallito perde la pazienza di fronte all’ennesimo rimando “all’approfondimento” inframmezzato dal secondo o terzo spot su quell’unico clic, altri 10/15 secondi snervanti d’attesa per leggere una notizia che durerà ancor meno. 

E’ una corsa all’ultimo centesimo quella degli editori, fare cassa anche con i talloncini delle pubblicità un tempo impresentabili, significa portare a casa la pagnotta di giornata. Parliamo davvero di spiccioli quelle somme ricavate da quegli spot improbabili.

No, non era questa la rivoluzione digitale che vaticinavamo ai primi degli anni Duemila quando in Europa si affacciavano i primi collegamenti Internet dagli hotspot americani. La tecnologia nelle comunicazione avrebbe dovuto migliorare l’approccio alle notizie. D’accordo, la rivoluzione c’è stata: oggi il mondo è più inclusivo e globale grazie all’informazione. Ma se la notizia è il patrimonio che andrebbe sempre difeso e tutelato, va detto che non c’è stata da parte di editori e giornalisti una difesa corporativa del bene più importante.

Doveroso dunque fare ammenda per scrutare meglio il futuro: davanti ci sono altre sfide, a cominciare dall’Intelligenza artificiale. E nuovi confini da ridisegnare, se pensiamo all’ultima cessione del gruppo Gedi (Repubblica, La Stampa) passato sotto il controllo di un compratore greco. 

Ci siamo persi qualcosa, strada facendo: schiacciati sull’ennesimo spot, per acchiappare l’ennesimo cent, non ci siamo resi conto che l’informazione stava diventando altro genere di business. Chi compra oggi gruppi editoriali non più funzionali a determinati interessi (Gedi vende dopo aver mollato il controllo diretto delle sue fabbriche Fiat), a quale genere di mercato punta? E la notizia, bene supremo da tutelare, di quale Authority avrà bisogno per non finire nella melassa conformista di questo o quell’interesse in gioco? 

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