Giorgio Ferretti

Il vescovo dà la linea al governo

Monsignor Giorgio Ferretti, vescovo di Foggia-Bovino, ha chiesto al governo la «cancellazione dei ghetti dei migranti». Messaggio così tranchant, uno se lo aspetterebbe da un ministro leghista oppure da qualche attivista di Casa Pound. E invece monsignor Ferretti quella dichiarazione l’ha consegnata nelle mani del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in coda a un estenuante silenzio che accompagna l’imbarazzo dei sindaci per non aver saputo spendere 114 milioni di euro dell’Unione europea finanziati nel 2022 proprio per porre fine al degrado e all’isolamento di questi non-luoghi.

Sul destino di queste bidonville che contornano la campagna foggiana è arrivato il momento che qualcuno se ne occupi sul serio. Che lo faccia il vescovo della Chiesa di Foggia è senz’altro giusto e doveroso: meno accettabile è che sia l’unico a insistere sull’argomento.

I residenti di borgo Mezzanone, dove si trova l’agglomerato di baracche più grande, temono le conseguenze di una bomba sociale pronta a esplodere. I “residenti”, perlopiù africani, vivono in condizioni igieniche pessime e tra le bombole di gas utilizzate per riscaldarsi e per cucinare. Gli incendi sono all’ordine del giorno, un distaccamento dei vigili del Fuoco è stato messo lì apposta per poter intervenire con immediatezza. Analoghe situazioni si trovano un po’ ovunque: Torretta Antonacci (San Severo), borgo Tressanti (Cerignola) e in altre decine di minuscoli accampamenti. 

Una storia incancrenitasi da più di vent’anni, ma se non c’è cura non c’è rimedio perché il malato passi almeno a miglior vita. Qui invece nulla cambia e tutto si trasforma sempre in peggio però. I ghetti, ormai incontrollati, si estendono e si allargano. Sembrano ormai il ricettacolo prediletto di clandestini, lavoratori invisibili che sfuggono ai controlli una volta entrati in questa sorta di grande stomaco che tutto inghiotte e nasconde. Persino le forze dell’ordine hanno difficoltà a entrarvi. A vederle dall’alto queste macchie informi sembrano essersi impossessate dell’iconografia della campagna foggiana e il bello è che la gran parte degli amministratori della cosa pubblica, gli stessi abitanti di questi luoghi belli e terrificanti, sembrano assuefatti al nuovo scenario. 

Per questo il vescovo Ferretti, a Foggia dal 2024, ex missionario in Mozambico, mosso da un’inquietudine così rara tra gli amministratori locali, prova ad alzare la voce. E suggerisce al governo un’idea semplice semplice, che forse per questo (a pensar male…) risulterà inapplicabile: «Spostare i migranti nei piccoli centri della provincia, che si stanno spopolando». Niente nuove casupole in muratura al posto delle baracche, secondo un’idea di progetto coltivata ai tempi del Pnrr. «Borgo Mezzanone, così come tutti gli altri ghetti devono scomparire e gli attuali occupanti di quelle baracche vanno integrati con le popolazioni di questi comuni, in grave deficit demografico». 

Ferretti dunque sempre molto diretto, sul piano comunicativo non si può dire che la politica, questa politica, abbia orecchie per sentire: il suo è il linguaggio del pragmatismo e della ragione, limite invalicabile per un governo che perde finanziamenti già disponibili, perché sono altri i temi che affascinano: ricordiamo la figuraccia del Ponte sullo Stretto, ripetutamente impallinato dalla Corte dei Conti («niente certezze su gara, costi e concorrenza»).

Al ministro Piantedosi, l’energico monsignor Ferretti ha posto domande semplici per risposte forse già a portata di mano se si provasse a uscire dal recinto ideologico: «Agire con un pensiero e un ragionamento – il suo invito al governo – perché l’immigrazione è necessaria. E l’agricoltura senza immigrati collasserebbe immediatamente». 

Messaggio forse un po’ troppo progressista, ma che nasce da un’impostazione “leghista”: e pensare che potrebbe invece essere la perfetta sintesi di un messaggio di buonsenso, proprio il tipo di linguaggio che in Parlamento come al governo non entra.

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