Un’alea nostalgica accompagna i primi vagiti del 2026. Ripartiamo dal trumpismo imperante, dal putinismo minaccioso, dall’enigma cinese e dal nuovo primato indiano balzato a sorpresa al quarto posto tra le potenze economiche mondiali. Non è questo il nuovo ordine mondiale ma, sul piano militare, trattasi di equilibri oggi imposti dalla caotica forza muscolare degli Usa e dalle rivendicazioni di carta della Russia di Putin. Indizi tuttavia da ballon d’essai: oltre la siepe siamo legittimati a immaginare un altro tipo di orizzonte?
Qualcosa ci dice che la nostra Europa, risvegliatasi dal sonno post-bellico, grazie al protagonismo ritrovato nella difesa dell’Ucraina potrà giocare un ruolo più autorevole conservando il diritto di sedersi al tavolo dei cosiddetti Grandi se manterrà la stessa compattezza politica.
Due i punti di forza del Vecchio Continente: l’obbligo di muoversi (con cautela) per non subire l’iniziativa di volponi come Putin e Xi e l’involontaria mano che potrebbe darle il sempre più ondivago presidente americano. Ce ne sarebbe una terza di ragione, più economica, ma non per questo meno importante: la maggior capacità dell’Ue di tener testa alla Cina e alla sua debordante forza commerciale, oggi chiusa dai dazi doganali di Trump e alla ricerca disperata di nuovi sbocchi sui mercati. Ma su questo fronte l’Europa ha già alzato le sue barriere in difesa dei piccoli produttori e poi la questione potrebbe essere materia di scambio per calibrare meglio i suoi interessi nel paese del Dragone.
Le premesse da cui ripartire mettono nel mirino la politica di Trump, sempre più interventista a livello globale (Nigeria, Iran, Venezuela), ma proprio per questo guardata con crescente diffidenza dall’elettorato repubblicano. L’economia negli Usa viaggia a gonfie vele, nonostante il contraccolpo dei dazi non ancora quantificabile. Ma che fine ha fatto l’”America First”, se poi gli Usa tornano a fare i gendarmi del mondo?
La conduzione del negoziato con la Russia sulla guerra in Ucraina è un altro punto debole del tycoon, accondiscendente alle politiche predatorie del dittatore di Mosca senza peraltro che il Cremlino si sia finora sognato di agevolare il bluff della pace concedendo qualcosa in favore di un negoziato più bilanciato.
E c’è poi il nodo dell’immigrazione, un ostacolo gigantesco negli Usa da quando il tycoon ha deciso di rispedire a casa tutti gli irregolari. Ma è proprio sulle politiche dell’immigrazione che il democratico Zohran Mamdami è stato eletto sindaco di New York sull’onda di oltre un milione di voti ricevuti in gran parte dai giovani e dagli immigrati di seconda e terza generazione di origine latina e asiatica. E non ci vorrà molto perché il nuovo inquilino della City Hall si contrapponga all’ordine federale favorendo nuove politiche per l’immigrazione che poi è in filigrana ciò che chiede la gran parte degli imprenditori americani (molti dei quali elettori di Trump) che si sono visti privare della forza-lavoro necessaria per far andare avanti la produzione industriale.
Il paradosso è che volevamo un’America sempre più forte, perché garantisse innanzitutto i nostri interessi (economico-militari), ci ritroviamo adesso quasi a dover preconizzare nel tracollo del trumpismo un segnale di rinascita e di speranza per il mondo libero.
Le elezioni di Mid-term (3 novembre 2026) saranno da questo punto di vista la dead-line del trumpismo, oppure il suo rilancio. Ma i segnali in questo momento giocano tutti in direzione di una netta controtendenza, compreso un certo irrigidimento del mondo Maga (make American Great again, il movimento che ha portato Trump al secondo mandato) che contesta ormai apertamente il coinvolgimento di “The Donald” nell’affaire Epstein, il finanziere arrestato e condannato per abusi sessuali, morto suicida nel 2019 e grande amico del tycoon con il quale condivideva viaggi e soggiorni ultralusso con la complicità di una strettissima cerchia di amici.
