Giustizia

Giustizia lenta, ma si parla d’altro

Era imputato, ma libero, l’assassino peruviano di Aurora scomparsa a Milano ai primi di gennaio. Si aggirava per le stazioni, con un foglio di via sul collo, il croato che ha ucciso il capotreno Alessandro Ambrosio per ragioni ancora incomprensibili. Due delitti inspiegabili commessi da soggetti che sarebbero dovuti andare in carcere per reati già segnalati oppure espulsi da questo paese. E invece si muovevano liberamente nell’inosservanza totale dei controlli.

E noi in questo paese invece ci dividiamo sulla separazione della carriere tra i magistrati? Ma è davvero questo il problema della nostra giustizia? Ci stiamo prendendo in giro da soli, se assistiamo stancamente a un dibattito tra toghe e politica senza un sussulto di orgoglio, un rinsavimento almeno da parte di chi osserva dall’altra parte lo scontro tra le due barricate. 

Continuiamo ad assistere a un reality show in cui ognuno recita la sua parte a soggetto, bluffando naturalmente sul vero oggetto del contendere: la politica che non vuole le toghe tra i piedi, i magistrati che non intendono perdere i propri privilegi di carriera con l’arrivismo fin qui esercitato attraverso il sistema delle correnti. Nel mezzo ci siamo noi, potenziali vittime di un mondo fuori controllo. Attenzione a farsi un giro in centro dopo l’imbrunire, guardia alta per chi intende recarsi a prendere un treno, patema d’animo per i genitori che vedono il proprio figlio allontanarsi da casa per una tranquilla serata con gli amici.

Mentre lorsignori si accapigliano, il livello di vivibilità è diventato un fattore di rischio ed a subirne le conseguenze sono sempre i migliori, esponenti della società civile che svolgono un lavoro per portare il pane a casa e si ritrovano con un coltello piantato nell’addome, giovani che sognano un futuro migliore e con la strafottenza dei propri anni imprudentemente si fidano del primo incontrato.

Nelle nostre città i pericoli sono ormai all’ordine del giorno, e vogliono venirci ancora a dire che la separazione delle carriere è la vera riforma della giustizia? Ma fateci il piacere, direbbe Totò. Si continua a discutere del nulla davanti ai cadaveri che ci passano davanti, due giovani vite nei primi dieci giorni di gennaio. E le forze dell’ordine che devono sbattere la testa da un capo all’altro, troppi i fronti da controllare e gestire sul piano dell’ordine pubblico, migliaia gli sbandati in circolazione da cui puoi aspettarti qualunque gesto inconsulto. E la nostra diffidenza aumenta, non c’è pace nemmeno per una tranquilla passeggiata in centro. 

Organici perennemente ridotti all’osso, questo dice la vulgata corrente. Molta assuefazione ai problemi, così la corsa alle carriere diventa l’unico vero motivo per crederci ancora nella casta dei grandi dirigenti statali. Diminuisce la pratica sulle  questioni reali lo si intuisce ai tavoli istituzionali, dalle facce di circostanza di certi papaveri dall’aria corrucciata, dai grand commiss di Stato a certi generali ebbri delle proprie decorazioni. Eppure ci vorrebbe poco per capire in quale stato siano ridotte le nostre città, sarebbe sufficiente una passeggiata in centro o nei quartieri più a rischio per comprendere davvero ciò che accade. E intervenire adeguatamente. E invece la sensazione è che non s’intervenga, o lo si faccia con molto ritardo, proprio perché non c’è un’idea di come fronteggiare certe dinamiche.

E’ questo il sottobosco che si riesce a intuire, a fronte poi della fredda cronaca di tutti i giorni. Delitti e abusi ripetitivi, come i femminicidi o gli assalti ai blindati sulle autostrade. Qualcuno ha finora mosso un dito per porre un freno a una spirale di violenza destinata a stravolgere i canoni del vivere civile?

Ormai è tutto un rischio, pensare di affidare a un treno il proprio figlio, oppure mettersi in auto per un viaggio diventa una conquista se si è arrivati a destinazione sani e salvi. Sì, siamo al “si salvi chi può”, ma che civiltà può mai essere questa? 

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