Valentino Garavani, Giorgio Armani, Gianni Versace. Citiamo i più noti, i più grandi, i simboli del made in Italy, osannati da schiere di ammiratori in tutto il mondo. Stilisti ma non solo, artisti di un modello rinascimentale che lascerà il segno, i nostri Raffaello e Leonardo in età moderna.
Così contigui anche nella loro sessualità. Argomento sdrucciolevole, spesso e volentieri ipocritamente sfiorato quando si finisce per toccare i monumenti. Ma è quello che la gente pensa davanti allo scorrere della vita e delle carriere dei Dioscuri – della moda, della musica, dell’arte in genere – che credevamo inscalfibili, un po’ anche immortali. Dio ci scampi dunque dal proposito di poter debordare su riferimenti sessisti. Semmai è la naturale constatazione secondo cui proprio la grandezza ricercata dei nostri maggiori maître de couture, sia il presupposto di un distacco necessario da quella femminilità che poi in vita i grandi maestri della moda si sono adoperati con tanta cura a rivestire.
Un po’ come se avessero avuto davanti per l’esistenza tante madonne imbronciate – le loro modelle filiformi – e avessero fin da subito dovuto far ricorso a un atteggiamento professionale e di difesa per poterne domare l’istinto ferino di ore e giorni di pose e passerelle. E poi con la religiosità non si scherza. Sagome da ricostruire, affinare di millimetri, manichini da rimodellare seguendo le tendenze del momento, anzi anticipandole nella maggior parte dei casi.
Quale sia stata l’influenza della grande moda sullo stile e sul gusto nel nostro modo di vestire, è una connotazione plastica che abbiamo applicato inconsapevolmente ogni giorno rovistando nel nostro guardaroba. Versace, il più stravagante, impose i colori più variopinti e sgargianti quando si credeva che avrebbero inferto un colpo mortale alla classicità delle forme e fu invece il precursore della svolta modernista anni Ottanta.
Concentrati com’erano sulle forme femminili, sarebbe stato poi ripetitivo e banale cercare in quelle stesse forme da levigare, ciascuno con i propri tessuti, un motivo di conforto o persino di sollazzo al termine di interminabili giornate. Cercarono invece riparo nelle rotondità e nelle robustezze maschili, intese cercate in gioventù e – a leggere le biografie venute fuori in questi giorni – trovate occasionalmente, come se però le aspettassero per lo scoccare della vita.
Valentino raccontò di aver conosciuto Giancarlo Giammetti in un bar, per Armani invece l’incontro con Leo Dell’Orco fu al parco e per mezzo dei rispettivi cani portati al guinzaglio. Compagni diventati di una vita, come quei matrimoni inossidabili che arrivano a festeggiare le nozze d’oro, ma qui senza festicciole gridate e lustrini in ossequio a una morale bigotta forse bagaglio della loro stessa formazione culturale, religiosa di un’Italia che aveva combattuto e messo all’indice costumi stravaganti e «diversi» fino all’ultimo decennio del secolo scorso.
Ma quei «vedovi» adesso, onusti di gloria e di un gran conto in banca, vengono raffigurati nei reportage televisivi come discreti e inconsolabili custodi di una fedeltà coniugale e di un amore (si può dire?) che non potrà essere fino in fondo conclamato, fino a quando non saranno riconosciuti come i veri compagni di una vita.
I più grandi vivono per l’arte, il gusto e la bellezza. Loro ne hanno seguito e assecondato il percorso e ne continuano a propugnare l’originalità del marchio (Dell’Orco), dopo il lancio della prima collezione Armani post-Re Giorgio.
