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Gianpier, c’è il sole oltre la siepe

Ci ha spinto a tuffarci con lui, ci ha fatto conoscere meraviglie inesplorate, siamo diventati persino esperti di fungaie e di boschi. La profondità e il legame sincero con la natura e le bellezze del creato nella creatività di Gianpier Clima, è apparsa a un certo punto inarrivabile e paradossale per noi comuni mortali e per i tempi sgualciti dei nostri giorni. Pensare che uno così potesse restarsene ancora a lungo acquattato nel grigiore del suo tempo, sarebbe apparso presuntuoso. Se n’è infatti andato nei tempi di una fulminea sequenza, proprio al modo in cui chiudeva i suoi reportage. 

 L’addio al filmaker foggiano, 58 anni, è stato di portata struggente. In migliaia per l’ultimo saluto, amici ed estimatori dall’aria incredula, molti confusi dal sospetto di essere finiti dentro un brutto sogno. Perché Gianpier diffondeva bellezza, creava ragioni di ottimismo, stimolava l’immaginazione. I suoi reportage sono ispirati al godimento della ragione, poggiano rivoli di positività sulle straordinarie immagini di luoghi della porta accanto che molti ignoravano che esistessero pur avendole a portata di mano. La sua pagina su YouTube – Gargano segreto – è un luogo accreditato di documentazione sullo Sperone d’Italia e purtroppo, negli ultimi giorni, anche di pellegrinaggio. 

 L’occhio di Gianpier coglieva l’immaginazione e la curiosità: Baia delle conchiglie, Il respiro del leccio, Trekking le quattro baie, un’incursione nell’eremo di Monte Sacro, quello ancor più misterioso tra i ruderi del castello federiciano di Castelpagano. E poi il suo riflettore sempre acceso su Baia Zaiana, l’amata spiaggia di Peschici, “un paradiso non ancora perduto” sospirava davanti ai colpi sempre più implacabili inferti dall’abusivismo. E’ andato a caccia di storie mai raccontate, come la scoperta della ferrovia Decauville, la vecchia rotaia del Gargano interno utilizzata fino agli anni Cinquanta per il trasporto di materiali. 

 Gianpier postava video (il Gargano il suo soggetto preferito) e noi tutti dall’altra parte a entusiasmarci di tanta bellezza e di tanta abilità: lui armato solo del suo iPhone e dei prodigiosi montaggi in post-produzione riusciva a fare meglio di un documentarista di professione.

 Talmente veloce il suo commiato che la gran parte di amici e conoscenti ha saputo della sua malattia quasi in contemporanea con l’annuncio da parte della famiglia sulla sua scomparsa. Lascerà un’impronta indelebile del suo passaggio, poiché in poco meno di sei-sette anni ha costruito un archivio di immagini, sensazioni, trasmesso lo spirito del nostro creato, degno di una menzione d’onore sul National Geographic.

 La provincia di Foggia il suo privilegiato sguardo d’attenzione, ci siamo accorti con lui di un territorio inimmaginabile, variegato e struggente come appaiono oggi i suoi reportage e il suo bel volto sorridente in primo piano. Si è goduto la vita, dice qualcuno: ma il suo slancio è un testamento e insieme un monito per noi comuni mortali abbarbicati all’idea di doverla subire l’esistenza che ci scorre. Lui invece è apparso leggero e fluido tra boschi e vallate, si è goduto il cibo e i paesaggi, ha attraversato le coscienze dei suoi conterranei, li ha esortati a credere: “E’ questo il nostro paradiso”.

Un testimonial inascoltato, distrattamente considerato da quelle agenzie del turismo, quei “sancta sanctorum” votati per elezione a promuovere i luoghi della conoscenza, ma che avevano lo sguardo dall’altra parte.    

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