Dalla tragedia di Crans Montana alle polemiche italiane sulla separazione delle carriere dei magistrati, una chiave di lettura lega due mondi apparentemente diversi. Prendiamo il caso della procuratrice Béatrice Pilloud (foto), titolare dell’indagine sulla tragedia di Capodanno costata la vita a 47 persone (più 119 feriti), per lo più adolescenti, uccisi dalle fiamme e dalle esalazioni mentre festeggiavano il nuovo anno nel locale “Costellation”. Un’inchiesta che «fa acqua da tutte le parti» (dixit il governo Meloni), ma la magistrata alla guida della procura del Canton Vallese non si è neppure adombrata del pesante giudizio.
L’indagine – a meno di un improbabile coinvolgimento della confederazione elvetica – andrà avanti così come è stata impostata. Cioè in punta di penna, senza troppo infierire sulle responsabilità locali. Pilloud difficilmente potrà mettere sotto accusa il sindaco del comune di Crans Montana, sebbene questi si sia dovuto scusare per i mancati controlli «negli ultimi cinque anni» sulla sicurezza nel Costellation così come in altri locali e solo dopo essere stato pressato dalle domande dei giornalisti.
Ma sono altre le aberrazioni in questa vicenda. E’ ancora la posizione di Pilloud a suscitare lo sdegno del governo italiano che vorrebbe affiancare suoi investigatori a quelli elvetici. In Italia una procuratrice così sfacciatamente di parte sarebbe già finita nel tritasassi della critica più feroce, se si fosse saputo della sua appartenenza allo stesso partito del sindaco. In Svizzera si può, tutto alla luce del sole. In Italia magari pure, però almeno si cerca di salvare la faccia e comunque l’azione penale è obbligatoria.
E’ proprio in forza a quella stessa militanza (il Partito radicale liberale), che l’aspirante procuratrice vinse due anni fa il ballottaggio con il suo sfidante, eletta dal Gran consiglio del Canton Vallese, il parlamento cantonale.
In Italia la magistratura avrebbe mobilitato mezzo mondo per venire a capo delle responsabilità di una tragedia così dura da mandar giù. A Crans Montana invece sono finiti sotto inchiesta soltanto i coniugi Moretti, titolari del Costellation, peraltro beneficiari da qualche giorno della libertà su cauzione pagata da un misterioso amico. E allora diciamocela tutta: noi italiani che pure disapproviamo tante cose che non vanno nel nostro paese, non facciamo in tempo ad assorbire i colpi di una cronaca sempre più dura che ci tocca rivedere il campionario dell’assurdo.
Ora, proviamo a parametrare il caso di Crans Montana con il quesito sulla separazione delle carriere e forse qualche similitudine con il Canton Vallese, se passasse il «Sì», potremmo ritrovarcela tra i piedi. Dopotutto il fine ultimo della riforma non può essere la separazione netta e definitiva tra giudici e Pm, già quasi totalmente compiuta. La polpa – si sospetta – sarà nell’introduzione del sorteggio per i componenti togati, la nascita del secondo CSM con un consiglio superiore della magistratura requirente e un altro giudicante, nell’Alta corte disciplinare a carico di giudici e pm di nomina politica.
E’ così che nel Belpaese i partiti sognano di mettere finalmente il cappello sull’autonomia della magistratura, pur passando dalla porta di servizio: il voto del 22-23 marzo, alla luce anche di queste considerazioni, diviene sempre più sfacciatamente politico. E dal pronostico, forse, scontato: già il 70% degli italiani nel 2022 votò a favore della separazione, ma il referendum – che aveva ben altro significato – proposto da Radicali e Lega non raggiunse il quorum. Dunque c’è da sperare che l’inciampo elvetico qualche consiglio possa ora suggerirlo alla politica nostrana. Ma se un altro referendum lo avremo comunque, possiamo almeno confidare che contro certe derive «svizzere», la tradizione giudiziaria italica difficilmente andrà a sbattere?
