Il suolo sbriciola sotto i piedi, ma niente paura: lo sapevamo già. Da trent’anni. Ai catastrofisti dell’ultimora diciamo pure che la frana di Niscemi potrebbe essere il prologo di tanti altri scivolamenti del terreno su e giù per la penisola di cui siamo già perfettamente a conoscenza. Del resto siamo o non siamo il paese dal rischio idrogeologico più alto d’Europa, come dice il geologo Mario Tozzi?
Non siamo però previdenti come i giapponesi (che hanno domato il terremoto), né pensiamo che un po’ di realismo non guasterebbe di fronte all’evidenza dei fatti. Siamo piuttosto abituati a intervenire a posteriori, meglio se nel pieno di un’emergenza perché se anche questa sfuma torniamo ad adagiarci molto presto. Ora si penserà a mettere in sicurezza quel che resta di Niscemi (ma niente fretta, vanno reperiti i fondi). Poi si penserà, più avanti, alle mille frane d’Italia e comunque sempre che vi siano nuovi smottamenti, dopo altre sciagure da raccontare, altre famiglie che perderanno il tetto sulla testa e così via. Così va nell’Italia del dopoguerra, del resto il disastro del Vajont (1963) magistralmente raccontato da Aldo Cazzullo nella “Giornata particolare”, altro non è che colossale esempio ante-litteram di lassismo nella gestione dell’ecosistema, di sviste e sottovalutazioni.
Come a Niscemi, appunto. La frana faceva paura già nel 1998, all’epoca furono trovati pure i finanziamenti per contenerla. Ma si pensò che tutta questa fretta in fondo non ci fosse: ed avevano ragione loro, le autorità del tempo. Se non fosse stato per il ciclone Harry, gennaio 2026, con quel suo inopportuno “fuoripista” su Sicilia e Sardegna, il paese siciliano avrebbe continuato a vivere le sue giornate di placido equilibrio sul terreno che si muoveva ma talmente poco che ci hanno costruito sopra palazzi di tre piani, chi vuoi che se ne sarebbe accorto.
Che dire, tanto di cappello al pragmatismo dei vecchi burocrati. A conti fatti, dopotutto come avrebbero potuto immaginare che dietro un lasso di tempo così lungo a rompere le uova nel paniere ci si sarebbe messo nientemeno che il cambiamento climatico? «E che minchia eh?…». Dopotutto quell’impertinente di Harry che ci faceva qui se qualcuno non lo avesse chiamato?
Quel qualcuno è nel riscaldamento repentino degli oceani, nello scioglimento dei ghiacciai tant’è vero che quel guascone di Trump vorrebbe papparsi la Groenlandia mica per i suoi fascinosi ghiacciai, ma al contrario per il loro scioglimento che da negazionista cieco e ottuso qual è (come tutti i negazionisti), lo considera un indubbio vantaggio per l’apertura di nuove rotte nell’Artico che avrebbero un’importanza strategica e militare rispetto alle mire espansionistiche di Russa e Cina. Mica immagina, il presidente degli Stati Uniti, cosa succederebbe alle sue navi se tutti i ghiacci si sciogliessero: portaerei e cacciatorpediniere finirebbero per navigare nel centro di Copenaghen.
Perchè siamo ormai al rovesciamento della realtà, lo scioglimento dei ghiacci vien visto come un fattore positivo per il progresso sociale e civile, un fattore di novità per il futuro. Non ci rendiamo conto (meglio: c’è chi non se ne rende conto, ma stanno diventando sempre di più) che se con le nostre condotte irragionevoli continueremo a stravolgere il clima, il passaggio degli Harry non sarà episodico e ne avremo altre cento, mille di nuove Niscemi sbriciolate e in bilico sul costone della montagna.
