Cuore

Per la sanità pubblica un colpo al cuore

E’ impressionante la sequenza di errori nella vicenda del “cuore bruciato” che doveva essere impiantato nel piccolo di Napoli. Usiamo il condizionale nell’attesa che le indagini svelino cosa è realmente accaduto nelle fasi del trasporto dell’organo dall’ospedale di Bolzano al Monaldi di Napoli. Tuttavia il riserbo di questi giorni – ammantato da vera e propria omertà da parte dei cosiddetti “addetti ai lavori” che almeno sui protocolli non dovrebbero astenersi – getta un’ombra minacciosa sul rischio di una progressiva regressione della sanità pubblica nel nostro paese.

Da quel che emerge da lanci di cronaca che s’infiltrano nel muro eretto su questo caso, il cuore da trapiantare sul bimbo di 2 anni avrebbe viaggiato in un comune contenitore di plastica, di quelli usati per trasportare alimenti? Primo interrogativo da chiarire, forse il più grave. Si dice che mancasse ghiaccio a sufficienza all’interno del contenitore, proprio per questo ne sarebbe stato aggiunto dell’altro a Bolzano, forse troppo: una volta a destinazione il cuore era infatti parzialmente ghiacciato, “bruciato” quindi per riprendere a funzionare. 

L’espianto del vecchio cuore nel frattempo era già avvenuto, impossibile fermare la procedura: al bimbo è stato impiantato un organo inservibile, incapace di riprendere la sua capacità funzionale. Dal 23 dicembre, giorno del trapianto, il piccolo vive attaccato al macchinario Ecmo che lo tiene artificialmente in vita. In attesa di un altro trapianto?

E qui altra confusione: i cardiochirurghi del Monaldi hanno reinserito il bambino nella lista dei trapianti, tuttavia secondo i cardiochirurghi dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, allertati su richiesta della famiglia, non ci sono più le condizioni per trapiantare il piccolo. La confusione regna sovrana, ma a far discutere non sono le possibili divergenze tra professionisti su una vicenda controversa come questa, quanto la disorganizzazione anche delle parole che emerge in superficie. 

In questa contesa stupisce quella sorta di silenzio-assenso adottato dal ministero della Sanità: comprensibile il riserbo per vederci chiaro, ma qui stiamo parlando di un caso clamoroso emerso a due mesi esatti e dopo un esposto della famiglia, datato 11 gennaio 2026. Solo a causa di ciò al Monaldi si sarebbero decisi ad avviare gli accertamenti su quanto accaduto, andando oltre l’asettica comunicazione dell’intervento “non riuscito” come da prassi, al Centro nazionale trapianti. 

Essenziale capire cosa è successo anche per salvaguardare quello che è ancora un tesoro nazionale qual è la sanità pubblica. In Italia si effettuano oltre quattrocento trapianti di cuore l’anno, stiamo parlando di routine, nonostante la complessità dell’intervento. Ma le picconate al sistema – e questa del “piccolo dal cuore bruciato” è vicenda particolarmente dura da derubricare a semplice caso isolato – sono sempre in agguato e nella fattispecie sono troppi i punti da chiarire. 

Parlino gli esperti, dicano come stanno le cose. E la magistratura indaghi a fondo e faccia il suo corso ça va sans dire. 

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