Da un eccesso all’altro, siamo davvero il paese dell’operetta. Intonare il grido partigiano «Bella ciao», come avvenuto a Napoli ed a Bari, dopo l’affermazione del “No” al referendum sulla giustizia, non è solo mancanza di stile. E trascina il terzo potere dello Stato nell’agone politico, quello che si dovrebbe in questo momento assolutamente evitare.
Già si odono in lontananza i timori delle destre sulla «vendetta» in arrivo da parte delle toghe. Toni allarmistici o tristi presagi? Sta all’equilibrio della magistratura in questo momento dimostrarlo. Mettendo a tacere alcune scomposte reazioni di alti togati che sui social adesso sparano a zero sul governo Meloni. Sarebbe necessario a questo punto un nuovo intervento del capo dello Stato, che opportunamente Mattarella fece quando il ministro Nordio parlò di «metodi paramafiosi» nelle aule di giustizia.
La riforma proposta dal centrodestra non era concettualmente sbagliata. L’eliminazione del potere delle correnti, con l’introduzione del sorteggio tra i componenti togati del Csm, era l’intento più nobile di un tentativo, goffo e arrogante, di voler imporre una riforma costituzionale a colpi di maggioranza. Fa bene la magistratura (e i cittadini tutti) a sollevare gli scudi di fronte a un’azione così dichiaratamente ostile e incurante dell’ordine democratico.
Gli elettori hanno premiato l’attuale ordinamento, con oltre 2 milioni di voti in più rispetto ai “Sì”, stigmatizzando la sicumera di un potere politico che rischiava pericolosamente di tracimare. Prova ne sia che un minuto dopo la sconfitta, il presidente del Consiglio ha chiesto (e ottenuto) le dimissioni del sottosegretario Del Mastro e del capo di gabinetto del ministro Nordio, non solo i capri espiatori della disfatta ma i simboli di due anomalie che c’erano già prima. Solo che “prima” nessuno ci aveva pensato a sostituirli, come se tutto fosse consentito a chi fosse depositario di un potere che si ritiene(va) illimitato ed a prescindere.
