Alla fine ce ne siamo accorti. Sono loro a gridarcelo in faccia. I ragazzi stanno facendo di tutto per farsi notare: provando ad accoltellare la propria insegnante, andando a votare un trascurabile referendum costituzionale.
I social ce li tengono distanti. Ma non è questa l’unica ragione del divario tra «noi» e «loro». D’accordo, i colossi del tech sono sul banco degli imputati, creano dipendenza. Meta e Google sono ufficialmente i “colpevoli” dopo la sentenza di un tribunale di Los Angeles. Ma non sono solo i ragazzi ad esser stati rapiti dal web: ci siamo dentro tutti. I ragazzi, più vulnerabili, sono totalmente assorbiti da ciò che vedono in rete. Noi adulti però non scherziamo. Se loro, gli adolescenti, non hanno altri modelli a cui rifarsi e allora si affidano a quelli, noi che saremmo più maturi non ci stacchiamo mica dallo smartphone. E allora quando una class action anche contro noi adulti, troppo attenti al nostro “Io” da trascurare quello dei nostri figli?
«Non condanniamo i ragazzi», ha detto l’insegnante accoltellata a Bergamo all’uscita dalla sala operatoria. No, un tempo i ragazzini più discoli si mettevano dietro la lavagna. Oggi nemmeno quello. Dovremmo tornare a redarguirli, per il loro bene proprio come si diceva una volta. Le famigerate “mazze e panelle” perché è giusto premiarli o punirli se lo meritano. Ai nostri ragazzi manca un livello di attenzione purchessia. Gli adolescenti stanno alzando la voce perché nessuno se li fila più. Anche un bel rimprovero sarebbe bene accetto.
Non è solo il grido d’allarme di una generazione, l’accoltellamento di Bergamo. E’ una denuncia della nostra incapacità all’educare, noi adulti abbiamo perso l’abitudine a impartire ordini e a dare il buon esempio. Siamo anche noi obnubilati dalle suggestioni della rete, ci facciamo i selfie e li scambiamo con gli amici compiaciuti del nostro profilo. Non ci accorgiamo che loro ci osservano, ci imitano per il gusto di sentirsi parte integrante di un modello. Sono sbandati i nostri ragazzi perché non sanno qual è la via giusta e nessuno glielo insegna. Anche la scuola in questo avrebbe qualcosa da farsi perdonare, ma è la famiglia sul banco degli imputati.
Così i social sono diventati l’ultimo tronco a cui aggrapparsi di una barca alla deriva. Vorrebbero che qualcuno li guidasse, sui social gira di tutto. E ne avrebbero di domande da farci. Invece non siamo più capaci nemmeno di affrontare una discussione con loro, andiamo di corsa. Il mondo ci attende. Ma i nostri ragazzi no.
