I bosniaci sono tosti e hanno voglia. Proprio come i granatieri della Macedonia del Nord e gli svedesi ormai quasi un decennio fa. L’elegante Italia in griffatissima tenuta da trasferta non aveva altro strumento con cui battersi se non il colpo di fortuna e la giocata trionfale. Sono arrivate l’una e l’altra, ma al gol fortunoso di Kean, agevolato da un errore della difesa, è seguita una sgroppata a porta vuota dello stesso con il pallone però finito sopra la traversa. E quando osi così con uno schiacciasassi che hai davanti, il destino è segnato.
Un tempo eravamo maestri del catenaccio, sapevamo attaccare difendendoci. Eravamo furbi e sapevamo stare sempre tra i migliori. La Nazionale vinceva (1982, 2006) anche quando le squadre di club annaspavano come oggi. Ora siamo fuori da tutto e ci consoliamo con il torneo parrocchiale che è diventata la nostra serie A: l’Inter è in testa, ma il Napoli arriva e c’è il Milan che può inserirsi…
E’ quello che forse ci meritiamo, ma se continuiamo a ridurci agli spareggi per andare ai Mondiali – e neanche ci andiamo – la questione è più seria della scelta di un allenatore o lo sbaglio di un giocatore. Si dice che siamo diventati vecchi e attaccati alle poltrone, poi scopriamo che in serie C giocano ancora gli ultratrentenni e gli allenatori più progressisti come De Zerbi, appena trasmigrato al Tottenham, non riescono a farsi ingaggiare dai club italici.
C’è qualcosa di stantìo nel sistema calcio se continuiamo a piangerci addosso per un rigore non dato e si continua a litigare ogni settimana per gli arbitraggi. Poi si affidano le scuole calcio agli amici dei procuratori e i migliori finisce sempre che ce li soffiano i talent-scout dei grandi club esteri.
Eppure non dovremmo essere diventati così scarsi, come gli insuccessi sul campo vogliono farci credere, se l’idea dell’extratime per recuperare le perdite di tempo a fine partita l’abbiamo inventata noi e esportata all’estero. Anche il Var – con tutti i difetti che si porta dietro – è l’evoluzione di un ragionamento e un’intuizione italiana. Insomma c’è ancora un anfratto cerebrale che ragiona per il verso giusto nell’emisfero della nostra creatività, ma forse viene schiacciata dalla colata di conformismo da cui veniamo inondati.
Non abbiamo più la classe dei nostri uomini migliori, ma Rivera e Baggio vinsero poco o nulla in azzurro, Del Piero e Totti invece sì. Eppure siamo stati sempre stati là, tra i più grandi nella storia del pallone. Ma il calcio come metafora della vita (dice Salvatores), tradisce un dubbio: che non siamo più capaci di organizzarci e di avere una visione. E che il paese in fondo è diventato un po’ così. Siamo tutti individualisti e lo sport fotografa alla perfezione il cambiamento: non a caso Sinner e Kimi Antonelli eccellono nella loro solitudine.
