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I ghetti, senza Soumahoro, hanno perso l’anima

Nella macchia informe che sono, da decenni, le baraccopoli dei braccianti agricoli immigrati ogni tanto qualcuno alza la voce. Può scoppiare una rissa, frequentissimi gli incendi che mandano in cenere gli alloggi di fortuna. Qualcuno si toglie anche la vita. Lo ha fatto il 29enne Alagie Singathe, nel campo di Torretta Antonacci vicino a San Severo. 

Luoghi dimenticati dalla grazia del mondo, lande che contornano la campagna foggiana in questi giorni ancora allagate per la furia del maltempo. Braccia da lavoro, senza pretese e senza diritti. Il parlamentare Aboubakar Soumahoro, membro della Commissione Lavoro, ricorda i «100 milioni dell’Unione europea non ancora spesi per migliorare la situazione nei ghetti del Foggiano». E sembra quasi un richiamo ai tempi supplementari che non ci saranno. Somme che dovevano essere spese entro il giugno 2026 e che ora non si farà più in tempo, a meno di improbabili proroghe. Un’altra commissione dell’Ue è stata qualche giorno fa in visita in questi luoghi, proprio mentre Alagie stava annodandosi il cappio al collo. 

Molti le chiamano passerelle, intanto è un fatto che l’Unione europea si sia accorta di questo disastro del capitalismo moderno mentre i sindaci e gli amministratori dei comuni tutt’intorno ancora fanno finta di niente. Ma è una battaglia sfortunata, quella per la dignità del lavoro degli extracomunitari, in gran parte africani, che tengono in piedi il mercato delle braccia per il 90% della forza-lavoro. Soumahoro poteva essere il loro più vero e credibile difensore, ma si è perso nell’inchiesta giudiziaria che ha travolto moglie e suocera e da allora non si è più ripreso.

Il parlamentare dalla pelle nera, ai bei tempi, minacciava lo «sciopero dei braccianti» nei ghetti e in molti lo fecero. Sosteneva, non senza ragione, che se un giorno tutti gli extracomunitari avessero smesso di raccogliere pomodori, ortaggi e tutto quel che produce la campagna foggiana, i frutti sarebbero marciti alla pianta.

Ricordiamo il primo Soumahoro paladino nei campi, grazie a lui gli ultimi avevano trovato finalmente il loro  condottiero. In forza delle sue denunce divenne anche segretario nazionale del sindacato Usb, i partiti di sinistra (Rifondazione+Verdi) lo candidarono al Parlamento.

Aboubakar fu eletto a furor di popolo, si presentò alla Camera con gli stivali da lavoro anche se lui direttamente nei campi non ci avrebbe messo piede. Un africano che sapeva interpretare la lingua dei reietti e aveva la capacità di comunicarla anche per le orecchie che non volevano sentire. Con la forza parlamentare avrebbe potuto rappresentare la dignità di questi lavoratori e la vergogna dei ghetti nelle stanze del potere. La montagna di milioni di euro dell’Unione europea avrebbe dato linfa alla sua battaglia dal  conto in banca pieno e forse neutralizzato i tanti piccoli piranha che per colmare il vuoto in questi anni s’industriavano su come mettere le mani su quel malloppo, senza riuscirci.

Oggi raccontiamo di un sogno di civiltà andato in fumo, l’ostinata sopravvivenza delle baraccopoli ce lo ricorda. Mentre quei ragazzi che oggi convivono con i piccoli soprusi dei ghetti, stratificati sulle disavventure dei loro predecessori, hanno almeno la dignità di ribellarsi però nel modo sbagliato. Si dice che Alagie vivesse male quella situazione e non parlava più. A differenza di chi c’era prima, i nuovi occupanti dei ghetti, ognuno con una traversata in barcone alle spalle e in cerca di fortuna, sembrano animati dal furore della loro gioventù. Ma non hanno forza per farsi rispettare e qualcuno arriva a togliersi la vita.

I ghetti considerati dei “non luoghi”, diventano così un dito puntato sulle nostre coscienze e una promessa non mantenuta: per tutti quei soldi non spesi e una progettazione di queste aree immerse nell’abbandono, neppure cominciata.  

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