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Meloni l’antipatica

Diciamoci la verità: era diventata più simpatica, Giorgia Meloni (foto Ansa), dopo la sconfitta referendaria. Presa la cantonata su un voto finito per diventare un referendum più su di lei, altro che sui magistrati, avrebbe potuto gestire il seguito su basi un po’ meno reazionarie. Sarebbe stato un colpo a effetto anche su chi non l’ama. E invece, ingoiato il rospo, è ripartita dal 21 marzo, il giorno prima della sonora scoppola dalle urne. Vuol darcela a bere che l’inciampo è dimenticato? 

E’ stato ironizzato molto sui francescani cinguettii degli uccellini nella siepe alle sue spalle, nel video per commentare il ko: «Il popolo ha sempre ragione». Mah. Volto torvo, pettinatura rimessa a posto alla bisogna.  Sembrava più credibile. Finalmente l’immagine di un governo dal volto più umano, capace di interpretare il pensiero di tutti e non solo della sua parte politica. Ci siamo sbagliati. E pensare che la Meloni desnuda aveva immalinconito persino qualche sostenitore dell’altra parte.

Piuttosto che provare a investire su una improbabile rilegittimazione, comunque tutta da individuare, anche sul piano elettorale, la nostra presidente del Consiglio ha rimesso l’elmetto ed è tornata sulle barricate. Forse è davvero il suo unico registro politico. Finendo così per offrire il destro a quanti, a riprova della sua inadeguatezza, continuano a ripetere che Meloni, dalla sezione di Colle Oppio, non se n’è mai andata.

La postura da statista s’era intravista nei summit internazionali, ma poi tornata in patria quella patina era come neve che scioglieva al sole. Questo prima del 22 marzo. Adesso è anche peggio, la premier dimostra di non aver fatto tesoro dei propri errori. E così finisce per dare indirettamente ragione ai Del Mastro, Bortolazzi, Santanchè gli unici a pagare pegno per la scoppola elettorale. E’ stato il suo unico atto di debolezza, la conferma di essersi sbagliata a non aver agito prima. Per questo adesso avrebbe potuto piacere di più al “popolo”, scontentando qualcuno del suo entourage. Ma come dice Crosetto a proposito di Trump? “Non possiamo fermarlo, piuttosto è mal consigliato da chi gli sta intorno”. Ecco, la similitudine sembra calare a pennello.

Rigurgiti di vecchio vittimismo quelli di Meloni (la stampa che continua a bersagliarla con la storia del padre che ha smesso di frequentare dagli undici anni) che non fanno neanche più notizia. Ha ragione Renzi, il più lucido in circolazione: quel “no” le «rimbomberà nelle orecchie» nei mesi che ci vorranno prima di nuove elezioni. Forse un avvertimento e una preoccupazione per il centrosinistra, che si ritroverebbe a poter vincere a mani basse alle prossime Politiche. 

E chissà se lo vogliano davvero Schlein e Conte e compagnia cantando, nonostante l’ex premier abbia rimesso la pochette nel taschino della giacca. In fondo il governo Meloni si avvia a diventare tra i più longevi della Repubblica anche perché di spallate vere dall’opposizione, non se ne contano.  

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