Papa Leone, ci voleva lui. Se c’è bisogno – e c’è bisogno – di un’autorità riconosciuta e riconoscibile (almeno dai cattolici) a ricordarci chi possa mettere ordine nel caos dell’intelligenza artificiale, ebbene questo è il Pontefice. Non possono farlo i governi, nemmeno i più illuminati (ad avercene…). Non può farlo la politica, l’economia, forse nemmeno la scienza: anzi, a giudicare dalle prime avvisaglie, sono proprio questi i maggiori indiziati all’uso strumentale dell’IA naturalmente a proprio distorto vantaggio.
Ci sarebbe Trump… l’avete visto no? raffigurarsi con lo stesso abito talare, la stessa imposizione delle mani del santo padre. Ci faceva o forse no, ha poca importanza: il messaggio è però passato, lui sullo stesso piano del capo spirituale della Chiesa ma solo manipolando l’intelligenza artificiale. Allora, capito dove possiamo arrivare?
Quando il Papa cita «l’algoritmo della parola», fa riferimento a un ossimoro: come possono i numeri sostituirsi alla logica di un ragionamento, al significato di congetture e sottintesi? L’intelligenza artificiale in realtà ha dimostrato benissimo di poterlo fare: come sono lineari, efficaci, fredde nel giudizio e nella sintassi certi scritti ripresi pari pari dall’interlinea del nostro pc…
Numeri al posto delle lettere, proprio come avviene con la traduzione in streaming di un brano musicale. Il meccanismo che traduce un linguaggio è lo stesso di una canzone, solo che l’AI può fare molto di più: aggiungere concetti, tesi e sottintesi. Stravolgere il messaggio che si vuol dare. Ci abbiamo pensato? Dovrebbe essere solo un assistente del nostro ingegno, un aiutante in grado di sollevarci delle cose materiali che non faremo più. Ma non siamo ai tempi dell’avvento del trattore in campagna al posto di pala e piccone.
«Purché non vada oltre», esorta il Papa. La fonte del pensiero resti all’uomo. Leone XVI nella sua enciclica Magnifica Humanitas cita la parola “dignità” 70 volte e “bene comune” altre cento volte. “Si usa l‘algoritmo per guadagnare tempo”, sottolinea il pontifice agostiniano laureato in matematica.
Prevost parla di «competenze da coltivare», con un assistente formidabile come l’intelligenza artificiale il nostro progresso potrebbe fare ulteriori e più decisivi passi in avanti. Mettiamola su questo piano, non è detto che l’IA sia un male. Anzi, andrebbe vista più come un’opportunità formidabile per l’uomo. Qualcuno ha paragonato l’AI al tempo dell’invenzione dell’energia elettrica che mise fuori uso i venditori di candele, obbligati a riciclarsi in altri ruoli lavorativi.
Anche noi dovremo riciclarci in moltissimi e svariati settori. Il problema è proprio questo, che con tutte le mansioni che può svolgere l’AI, alla fine il moccolo resti in mano proprio a noi. Eccessivo allarmismo? Il Papa non la penserebbe così.
