Albania

Il portafoglio sgonfia le piazze

La folla è rutilante, ingombrante, minacciosa. Invade le piazze, se esagera perde il controllo, sconsigliabile sottovalutarla. Alla gente che si riversa per strada, bisognerebbe sempre accreditare un segnale di preventiva allerta e non soltanto in tema di ordine pubblico. Non è il caso nemmeno di scomodare i moti del passato: a quel tempo ci si ribellava per il pane. Oggi non più.

Ma la guerra al più forte si combatte ancora con le ribellioni di popolo? Due casi, diametralmente opposti, tengono banco in questi giorni fra Albania e Turchia. 

Nel paese delle Aquile la gente scende in piazza fiera di tenere testa al presidente degli Usa. I malumori del nostro tempo nascono dalla protervia di certe provocazioni. Sedimentano umori ribelli, accrescono il disagio di popoli già provati. Prendete quel che sta accadendo da giorni per il mega-resort della famiglia Trump. La popolazione si è ritrovata da un giorno all’altro le spiagge dell’isola di Sazan recintate dal filo spinato. E non ci ha visto più. Il genero del presidente americano, noto immobiliarista, vorrebbe realizzare in quella che fu una zona militare nel mezzo di un’oasi naturalistica, un mega resort sul modello della pagliacciata ipotizzata qualche mese fa dal suocero e da Netanyahu nella Striscia di Gaza e che fece il giro del mondo con tanto di rendering.

La popolazione invece rivuole le sue spiagge e teme che il governo abbia concesso le autorizzazioni in cambio di cospicue tangenti. Il premier Edi Rama dice, sprezzante, che alla gente “non frega nulla di quelle spiagge se non ci fosse di mezzo Trump”. Non rendendosi conto che è proprio questo il punto: il presidente degli Stati Uniti non dovrebbe usare la sua funzione e il suo peso per fare affari privati in giro per il mondo.

Si è perso il lume della ragione? Ci stiamo andando molto vicino, se il capitalismo affaristico dei Trump, Kushner e dei tanti plutocrati sparsi per il mondo riescono a imporre livelli di autocrazia un tempo impensabili. 

Un’altra deriva populista potrebbe scuotere il sonno della Turchia dove il sultano Erdogan ordina ai magistrati di commissariare i comuni e i distretti guidati da sindaci e amministratori del Chp, il partito popolare repubblicano. Ma non avviene. Così dopo aver incarcerato “per corruzione” il sindaco di Istanbul che minacciava di vincere le elezioni, adesso la magistratura turca ha fatto di più, imponendo la destituzione del leader dell’unico partito di opposizione. 

Qui i turchi, a differenza degli albanesi, osservano sbigottiti. Obnubilati, c’è da supporlo, dai rivoli di quel capitalismo che un tempo escludeva la popolazione musulmana (maggioritaria) dalla torta dei profitti. Cade il consenso, ma s’ingrossa il portafoglio. 

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