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La fatica che ci fa vergognare

La fatica di vivere, la fatica di morire. Ne aveva già parlato Luigi Manconi, ma quella del noto sociologo era riferita al suo incipiente stato di ipovedenza. La fatica dell’”Alzarsi all’alba”, dal bel libro di Mario Calabresi, è invece tutto il resto: uno stato dell’animo di cui oggi forse ci vergogniamo, tendiamo a nascondere, non mettiamo più in conto nelle nostre pianificazioni. Se c’è una scappatoia (alias, spintarella, raccomandazione) tanto meglio. E poi, non è così che fan tutti?

La fatica viene pertanto depennata (a parole) dagli imprevisti del mestiere di vivere. Ora che c’è di mezzo pure l’intelligenza artificiale – che alibi straordinario – è giustificato escluderne ogni ritorno al passato.

La fatica in realtà non se n’è mai andata e mai se ne andrà. E’ nell’ansia dei nostri ragazzi che al primo ostacolo cadono e rischiano di non rialzarsi, nella depressione di chi ha perso i soldi e l’onore, nella sofferenza degli anziani finiti dentro un mondo inimmaginabile. Solo che non è più considerata un valore, il valore di chi si è fatto da solo a pane e cipolla e ha potuto dire di essere finalmente arrivato “con il sudore della fronte”.

E c’è la fatica corporale, naturalmente. Maynard Keynes, grande economista, lo diceva negli anni Trenta che l’uomo avrebbe trovato un modo per superare il tempo e la necessità dei lavori manuali. Non è stato così, dietro quel lavoro c’è ancora la sofferenza e il dolore di tanti nostri immigrati che si spezzano davvero la schiena sui campi per pochi spiccioli. Era così anche per tanti nostri giovani nel dopoguerra e anche prima.

Oggi non più, o meglio anche chi non se lo può permettere e vive le pene dell’inferno per stare al passo, fa finta che non sia così. Ci si vergogna della fatica. Facile adesso cadere nella retorica del “tutto e subito”, in effetti per tantissimi figli di papà è proprio così. E l’intelligenza artificiale è solo un’ulteriore scorciatoia per arrivare al Bengodi immaginario che i genitori hanno loro già prefigurato, riempiendoli di soldi e di attenzioni spesso non ricambiate.

Sarebbe un errore demonizzare l’intelligenza artificiale, ma è per mezzo di essa che siamo arrivati a riflettere anche sulla fatica. Calabresi l’ha notato parlando soprattutto con i giovani, incontrandoli nelle scuole, insinuandosi nelle loro debolezze. Obbligandoli (non tutti, speriamo in molti) a un’operazione di autocoscienza che ci permetterà forse di bucare il muro delle convenzionali ipocrisie e della realtà virtuale.   

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