Il problema di Giorgia Meloni, sbeffeggiata da Trump peggio di Zelensky, («mi ha implorato per farsi una foto con me, mi ha fatto pena») è nella natura del rapporto impropriamente confidenziale della nostra premier con l’imprevedibile Tycoon. Non c’entravano nulla negli incontri di Stato tra i due, gli occhiolini e le faccine della nostra premier, a volersi ingraziare una simpatia non richiesta dalla situazione. Se n’è avuta traccia fin dalle prime battute. Così, appena gli è girata la bussola, The Donald è sbroccato e senza alcun riguardo per il ruolo istituzionale e il bon ton.
Non a caso il presidente degli Stati Uniti parla adesso di lei come di una «fan» perduta, la presidente del Consiglio italiano ridimensionata al livello di una idolatria del Capo supremo.
Probabilmente da quando c’è Meloni a Palazzo Chigi, non c’è mai stato rapporto alla pari tra due capi di governo, non almeno nell’idea che si era fatto Trump. E questo perchè Meloni si presentava alla corte con aria adorante, ammiccando un rapporto speciale Italia-Usa di fatto mai nato. Ricordiamo Meloni unica premier europea invitata all’insediamento di Trump alla Casa bianca, ma relegata in ultima fila, senza gli onori di rango previsti dal protocollo. Ricordiamo, ancora, il «Meloni bellissima» con cui l’80enne presidente Usa la salutò nell’ottobre scorso.
Non poteva essere amicizia, quella sudditanza dichiarata di fatto dalla nostra premier nel modo in cui si è posta fino all’ultimo con Trump. Semmai solo la volontà manifesta della nostra premier di sentirsi appagata dall’opportunità di poter parlare, fianco a fianco, con l’uomo considerato più potente nel mondo e di farlo vedere al resto del globo attraverso le foto sempre da lei cercate.
Trump ha avuto con la nostra premier lo stesso atteggiamento che avrebbe avuto con una ragazzina “purché faccia la brava”. Non s’intravede in questa presunta liason nemmeno una forma condivisa di complicità, comunque cercata da parte italiana, se poi al primo scossone è venuto giù tutto. Italia e Usa hanno solo attraversato una breve luna di miele fino a quando questo paese non è stato più percepito a Washington come un partner servizievole.
Quando sono cominciati i primi contrasti, quando agli aerei tattici americani non sono state concesse le basi italiane per pianificare le missioni sull’Iran (senza voto del Congresso americano), si sono viste le prime crepe di un rapporto mai nato. Che l’Italia, per gli Usa, fosse irrilevante lo dimostra proprio la protervia mostrata dal presidente americano nei confronti della nostra premier. Tuttavia l’impressione che Roma abbia dovuto assumere controvoglia una posizione più intransigente verso gli Usa, lo conferma il rischio a quel punto concreto di poter perdere anche il treno dell’Unione Europea che sulla crisi in Medio Oriente ha adottato una posizione univoca e intransigente.
Insomma l’idea che il governo Meloni, in conseguenza agli sberleffi subiti, abbia finalmente rinsavito sulla politica di Trump, lasciamola ai ventriloqui di Montecitorio costretti a fare la faccia feroce davanti alle telecamere dei Tg Rai. La verità è che cade l’ultimo baluardo costruito faticosamente dal governo italiano, che contava di accreditarsi con Washington per ammansire il Capo e convincere l’Ue a portare l’Europa sulle posizioni americane.
Non c’è, naturalmente, alcuna forma di diplomazia nei contatti intercorsi. L’Italia di Meloni ha sempre parlato con Washington sempre attenta a non urtare la suscettibilità del bizzoso presidente. L’immagine più plateale e spiazzante di questo rapporto, è nella presenza “per onor di firma” del ministro della Difesa, Tajani, con il cappellino rosso in mano ritirato all’ingresso al raduno del movimento trumpiano Maga. Quando l’immagine potè più di mille parole.
