Mobilità passiva, basta la parola. Ma si è capito finalmente chi sono quei cittadini che scelgono deliberatamente di andarsi a curare al Nord? Chiedere, per credere, a quei genitori di figli che si sono trasferiti da anni nel quadrilatero fra Milano, Torino, Genova e Bologna (la famigerata “fuga dei cervelli”, piaga sanguinante a fiotti nel Mezzogiorno) sarebbe molto istruttivo. Non solo. Domandarsi perchè, a volte, spesso sono gli stessi medici in loco a indirizzare i pazienti in altre regioni – ma mica le solite cattedrali del Nord – parliamo di Campobasso, Napoli, Salerno, Pozzilli (Isernia), sarebbe un altro buon motivo per prendere finalmente il toro per le corna.
Così la sanità del Sud finisce inevitabilmente nel girone dei cattivi. E quella pugliese non ne parliamo. Pensare che il presidente Decaro, tra i primi atti del suo mandato, sia stato obbligato dal ministero ad alzare il prelievo dell’Irpef sulle buste paga sopra i 15mila euro, rende l’idea di quanto sia diventata improcrastinabile l’esigenza di risanare il deficit esploso oltre i 360 milioni.
Ma è una favola che ci raccontiamo da decenni, quella sulla spesa sanitaria. Sempre troppo alta, sempre a carico dei cittadini più o meno abbienti, attraverso l’aumento di ticket e altri balzelli. Non sarebbe nemmeno un problema di liste d’attesa (e di mobilità passiva) se, ad esempio, la politica meridionale puntasse un po’ più il dito sulle ragioni di tali ammanchi ai trasferimenti dallo Stato alle Regioni, oltre 800 miliardi dal 2009 al 2020 trasferiti in meno al Sud.
La stessa ragione, per la quale, non sono state ancora ben indagate le ragioni per cui la gente preferibilmente sceglie di curarsi al Nord, piuttosto che a due passi da casa. Abbiamo detto dei genitori con figli al Nord: raggiungono un luogo dove sanno di poter contare su un punto di riferimento che qui hanno perduto, per andare a curarsi ci vuole che qualcuno li accompagni. Molto spesso questa tipologia di domanda, ovviamente spesso molto anziana, non possiede nemmeno l’auto, prendere l’autobus è un problema e non trovano facilmente chi possa accompagnarli, effetto del grave fenomeno dello spopolamento che colpisce decine di paesi dei Monti Dauni nel Foggiano.
Quanto a mobilità passiva, Foggia e la sua provincia rappresentano oltretutto una straordinaria realtà. A due facce. Se i conti del pubblico sono in sofferenza per decine di milioni, a due passi dal Policlinico, nella tormentata (oggi, per ragioni sindacali e di budget) Casa Sollievo della Sofferenza, la mobilità invece è storicamente “attiva”, cioè vengono a curarsi sulle pendici del Gargano da fuori regione e anche dall’estero. Un esempio unico al Sud, non a caso il settimanale americano Newsweek da qualche anno inserisce stabilmente l’ospedale di Casa Sollievo tra i migliori in Italia e tra i più affidabili al Sud.
Un dato di fatto che si riflette in un recupero di valore economico oltre che di prestazioni. La differenza la fa chi affolla i Poliambulatori dell’ospedale ecclesiastico, tra questi ci sono anche foggiani (specie dell’area garganica), ma non soltanto. La mobilità passiva si combatte anche così, recuperando credibilità. Due le leve più importanti: servizi ai pazienti (accompagnamento, presa in carico fin dal parcheggio dell’auto) e maggior motivazione del personale, partendo dai medici (per frenare la notevole emorragia di giovani), fino al personale di comparto. Molto spesso un sorriso e una gentilezza fanno molto di più di un freddo prelievo sull’Irpef.
