Migranti

I migranti? Deportiamoli all’università

Erano lavoratori, ora saranno perlopiù studenti. Nel Tavoliere di Puglia, luogo vocato alla raccolta del pomodoro e al bieco caporalato, gli extracomunitari con il loro lavoro sottopagato tengono in piedi da decenni l‘economia agricola. Ma ora, quasi un contrappasso della storia, l’università foggiana annuncia di voler prestare sempre più attenzione alla domanda di iscrizioni dall’estero, in particolare dai paesi emergenti.

Sono già 1082 gli iscritti stranieri ai corsi di Economia, Giurisprudenza, Medicina, Scienze sociali e la quota promette di crescere ancora. «Tra l‘altro, in base ad accordi con il ministero degli Esteri, ospiteremo dal prossimo anno accademico anche cento rifugiati politici», annuncia la prof. Donatella Curtotti pro-rettrice dell’Ateneo dauno. 

Ma sono ancora i lavoratori il punto dolente. Il tasso di manodopera è altissimo tra gli extracomunitari, le possibilità di integrazione molto ridotte. “Qualcuno certi lavori deve pur farli”, si potrebbe aggiungere con cinico realismo. Però è anche vero il contrario: se il lavoro nei campi, nelle guardianìe, nella bassa manovalanza delle cucine resta prerogativa dei migranti, i “nostri” che non vogliono né studiare né lavorare saranno manovalanza per la criminalità, per gli assalti ai bancomat (quasi tutti ventenni quelli arrestati) o al massimo aspireranno all’indennità di disoccupazione. Un’economia sempre più drogata.

 Se l’università dauna, con la sua capacità aggregante, riuscirà a irrobustire la quota di iscrizioni non solo dai paesi del Maghreb (la fascia più coinvolta), ma anche da altri continenti (e un dialogo con università cinesi sembra andare in questa direzione), chissà che non si possa contribuire a ribaltare, con la forza della ragione e di un certo nobile tornaconto, il concetto odioso di “remigrazione” che poi altro non sarebbe che la deportazione nei paesi di provenienza di queste persone, tanto cara al generale Vannacci.

L’Italia si spopola e migliaia di ragazzi italiani, specie dal Sud, scelgono di studiare e lavorare nei paesi del Nord Europa, negli Stati Uniti e in altre aree del mondo più ricche.  L’obiettivo è farli tornare, magari offrendo loro possibilità di carriera oggi sature in molte aree del Centro-Nord. Ma intanto il Sud resta l’anello debole, il flusso di lavoratori dall’estero sostiene il lavoro umile e ora può trovare nuovi sbocchi anche nell’istruzione. Un’università di provincia qual è quella di Foggia può offrire un riscatto sociale e una lezione di legalità a tanti perbenisti che dicono di voler combattere l’emigrazione senza un’idea chiara.

Intanto loro, i migranti, continueranno ad arrivare: sempre più in modo disordinato, costretti ad arrangiarsi, sfruttati e malpagati. Ci provi almeno l’università a cambiare il paradigma di un destino scontato.    

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