Strage-Viareggio

Quello «spiacevolissimo» incidente

Non fu un «episodio spiacevolissimo», come disse in parlamento l’ex amministratore delegato delle Ferrovie Mario Moretti, la strage di Viareggio: 32 morti, molti superstiti sfigurati a vita dalle fiamme dei vagoni carichi di Gpl che si ribaltarono. Spiacevoli sono, semmai, i commenti dei tanti garantisti che ritengono ingiusto il carcere, a 72 anni, del supermanager di Stato, diciassette anni dopo i fatti.

La sentenza, in effetti, apre un precedente scomodo: sposta sui vertici apicali la responsabilità penale della tragedia. I fatti, lungo un processo lunghissimo, non hanno accertato l’aggravante della violazione delle norme di sicurezza. Quattro dei 14 vagoni del treno-cisterna 50325 partito da Trecate (Novara) e diretto a Gricignano (Caserta), deragliarono senza un perchè. Da uno dei vagoni fuoriuscì il Gpl (gas propano liquido) che provocò l’incendio proprio durante il transito del convoglio nella stazione di Viareggio. Le fiamme avvolsero le case tutt’intorno, era sera: gran parte delle vittime morirono arse vive nel proprio letto. 

Molti dei reati ipotizzati sono caduti in prescrizione, è rimasto in piedi solo il disastro colposo di cui risponde, appunto, l’ex amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana e di Ferrovie dello Stato. Moretti è entrato in carcere ad Orvieto non nascondendo il suo sconcerto, anzi sottolineando lui stesso il «pericoloso precedente». Molta politica ha condiviso le sue ragioni, denunciando il deficit di garantismo in una storia che potrebbe in futuro riguardare tutti. E questo è il punto.

Ha pagato il capo, ha pagato colui che era al vertice e certo non poteva sapere se il bullone di uno dei binari della stazione di Viareggio, sui cui transitò quel treno, fosse perfettamente avvitato. Ma quando un colpevole non si trova, di fronte a un disastro di immani proporzioni e con un unico riferimento ben identificato, in questo caso le FS responsabili del transito di quel treno, come si dovrebbe agire? 

Non si tratta di sparare a caso, la magistratura riteniamo dovrebbe farsi carico anche del dovere morale di circoscrivere gli elementi di causa ed effetto e dunque, nella fattispecie, di far pagare la sua colpa a chi era al di sopra di quegli stessi meccanismi. 

Non è lo stesso caso, naturalmente, ma un esempio coincidente potrebbe essere quello che vede coinvolti i cittadini pugliesi chiamati a colmare parte del deficit della sanità regionale direttamente in busta paga, con il prelievo di una quota maggiore dell’Irpef. E in questo caso si conoscerebbero pure i nomi dei manager che hanno permesso l’accumulo di oltre 360 milioni di disavanzo, ma la giunta regionale ha deciso di scaricare la colpa sui cittadini che sono, o dovrebbero essere, i “datori di lavoro”, i “supermanager” di quel sistema. 

Alla domanda “Che c’entrano i cittadini?”, la politica non ha risposto. Ora, per autoconservazione, quasi tutto l’arco costituzionale entra a gamba tesa sulla sentenza dei giudici del caso Viareggio.  

Mantenendo il parallelo (improprio) con la sanità pugliese, le responsabilità di Moretti sarebbero peraltro anche più specifiche tenuto conto che il manager non si è mai scusato con i parenti delle vittime e questo può esser stato considerato dai giudici un’aggravante. Come potrebbero accettare l’idea dello «spiacevolissimo episodio» coloro che piangono quei morti e tutte le persone che porteranno a vita i segni di quell’incidente?

  

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