Sigfrido Ranucci

Report, Ranucci e il silenzio di Gabanelli

Sigfrido Ranucci «sconcertato» se le indagini sul suo attentato portano all’amico Valter Lavitola? S’immagini quanto possa esserlo Milena Gabanelli, che aveva trasferito un’anima dura e pura alle inchieste di Report prima di lasciare il timone al suo vice. L’attentato a Ranucci (foto Lapresse), già sulle prime, aveva qualcosa di surreale e un sinistro stampo sudamericano. Ma se davvero a ordinarlo è stato il suo «caro amico» Lavitola, la vicenda si colora di giallo ma un attimo dopo rischia di decomporsi in una farsa a giudicare dalle reazioni dell’accusato («Non lo esclude? Gli sputo addosso»).

Quanta confusione adesso. Utile però a giustificare la prima mossa: la Rai ha sospeso «in via cautelativa» la replica estiva delle puntate di Report. In attesa che la posizione di Ranucci si chiarisca, sostiene l’azienda. Va detto, ma giusto per inciso, che i vertici di viale Mazzini non sembravano particolarmente affezionati a uno dei programma di punta del palinsesto di RaiTre che prendeva di mira soprattutto esponenti politici di centrodestra. Colpito e affondato: se c’è dietro una regia, non resta che complimentarsi con l’autore della sceneggiatura rivelatasi perfetta.  

La posizione di Ranucci resta tuttavia da chiarire. Da quando hanno provato a colpirlo (il 16 ottobre 2025) a due passi dall’abitazione di Pomezia, il capo di Report è diventato per l’opinione pubblica il bersaglio mobile, un simbolo della lotta al malaffare. Colpito anche nel più vivo degli affetti: il sibilo delle bombe aveva sfiorato anche la figlia che stava rincasando. 

Ranucci in quei giorni portava in tournée il suo libro, “Diario di un trapezista”, acclamato in tutte le piazze d’Italia, piccole e grandi, dove aveva tenuto le sue conferenze. 

Anche oggi, dopo tutto questo frastuono, resta confermato il movente della vendetta e Ranucci parte lesa: all’inizio dell’indagine della magistratura romana, i sospetti cadevano su alcuni clan albanesi in affari di droga, combine svelata da un reportage di Report. L’ipotesi della vendetta trasversale continua a reggere, magari non più del clan albanese. Anche se le indagini, nel frattempo, sono andate molto più avanti dell’immaginabile: dopo essere risaliti all’identità degli attentatori, e al loro arresto, immediatamente dopo gli inquirenti sono arrivati al presunto mandante. 

Lavitola è uno di quei personaggi che credevamo seppelliti dalla cronaca dopo aver imperversato per oltre un decennio negli anfratti della politica berlusconiana. Che Ranucci lo frequentasse regolarmente è apparso strano a molti, ma dopo il misfatto non certo prima: il giornalista Paolo Mieli, parlando della vicenda, ha confessato di esser stato anche lui a cena con entrambi nel ristorante di Lavitola, ovviamente prima che scoppiasse il polverone.

Ognuno è libero di frequentare chi vuole, naturalmente, ma poi bisogna mettere in conto le conseguenze. E’ perciò tornata in questi giorni d’attualità, con il ricarico di un biasimo postumo, la telefonata tra la moglie e l’allora ministro Sangiuliano, nei giorni caldi del caso Boccia, che Ranucci decise di mandare in onda facendo storcere il naso a molti. Adesso quel presunto scivolone viene additato come un atto di prova dai detrattori di Ranucci, così come la sua pretesa tutela di servizio pubblico e dei doveri del giornalismo.

Di questo passo, c’è il rischio che possa essere messa in discussione la funzione di un programma come Report? Il programma è nel palinsesto Rai della prossima stagione, ma appaiono già piuttosto sbilanciate le dichiarazioni del direttore degli approfondimenti Rai, Paolo Corsini, su una conduzione da affidare a «Giorgio Mottola o altri».

Una sostituzione in corsa di Ranucci non sarebbe a quel punto più un pretesto, ma di una riabilitazione piena e senza ombre a questo punto è ciò che occorre a Ranucci e alla sua squadra per tornare a ruggire. Con tutto il diritto di farlo. 

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