The wall

Il buio dietro i cancelli

Brutali quei cancelli, l’oscurantismo dei nostri tempi. Servono a impedire ai viandanti della ciclovia Adriatica di percorrere liberamente le strade dell’Europa, da sud a nord e viceversa, lungo campagne incontaminate e territori assolati. Lo spettacolo della natura visto dalla bicicletta. Un itinerario che ogni tanto si blocca. Non si passa, proprietà privata. Ma di chi? 

Sono i figuri dell’appropriazione indebita, gli usurpatori del senso comune. Abusivi a oltranza. Figurarsi se si può spiegare a questi il senso di una connessione tra i popoli. E poi, che paroloni… gli energumeni che mettono ostacoli alla libera circolazione neanche se lo immaginano che quello in uso a loro possa finire in mano ad altri. 

Siamo nel tratto garganico dei settanta chilometri della ciclovia che riga un tratto della Puglia, percorso appena inaugurato e già manomesso, vilipeso nel senso della sua missione. Far incontrare i popoli, avvicinare le culture e gli sguardi, scardinare le barriere che vorrebbero certi menti buie che popolano l’entroterra dell’anima. 

E’ un’altra versione della lotta tra il bene e il male, una sfida alle convenzioni e alle paure perchè in fondo è questo il significato di quei cancelli, protezione e difesa contro un nemico immaginario. Poco importa se poi quel «nemico» viene visto negli inermi cicloturisti amanti dei territori, romantici di un mondo che si vorrebbe riscoprire moderno e senza barriere e non come invece ce lo dipingono ogni giorno i fatti della nostra attualità facendoci credere che sia realmente così.

No, non è così se poi conviene credere alle politiche di espansione culturale nell’Europa unita dei popoli per sfuggire a certe nefandezze.  

La battaglia è tra l’ostinazione di chi avvicina genti, contro chi vorrebbe cambiare per non cambiare alcunchè. Sarà un caso, ma i cancelli dell’odio ricadono in quelle stesse terre delle lupare bianche, degli incendi puntuali d’estate (non solo qui, naturalmente), della mafia che gli inquirenti dipingono come la più primitiva e patriarcale.

C’è un mondo della Daunia interna che andrebbe meglio perlustrato e scovato nel suo sprofondo per provare a sconfiggerlo con la forza di un esorcista. Non basterebbe probabilmente un esercito per scardinare riti e mentalità retrograde, sarebbero necessari decenni di tentativi di contaminazione, migliaia di ciclovie e non è detto che tutto questo possa servire. 

La ciclovia Adriatica è forse un impeto di speranza troppo immaginifico e imperfetto per considerarlo immune da ostacoli e contrasti già prima che l’opera venisse completata. E adesso che lo è, lungo i 70 chilometri della striscia foggiana, è facile imbattersi in pietroni collocati nottetempo sul percorso lineare e pulito del pavé ordinato, persino cancelli a delimitare una proprietà che non si capisce di cosa e di che tipo.

La chiamano civiltà locale, ma è un richiamo grottesco se poi il ritorno alle origini diventa un vicolo cieco di ritorno al pieno medioevo. Dopotutto dalla ciclovia agli incendi il passo è breve. 

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