Quel senso di smarrimento al Policlinico di Foggia senza più Dattoli

 

C’è un’aria rarefatta fuori e dentro il policlinico foggiano. Un grado di sospensione mai vissuto prima, neanche durante la morsa più stretta dell’emergenza Covid. L’arresto ai domiciliari del direttore generale Vitangelo Dattoli (nella foto) – accusato di turbativa d’asta nell’appalto per l’elisoccorso e il trasporto d’organi – viene vissuto dalla maggior parte del personale con un senso di frustrazione. Ci sono medici che meditano l’abbandono, altri che vorrebbero esprimere tutto il loro disappunto ma non sanno con chi prendersela. Con i magistrati? Con il destino cinico e baro? Oppure con i soliti faccendieri, attori sempre protagonisti quando c’è di mezzo la sanità pubblica, che tanta parte avrebbero anche in questa inchiesta? E il ruolo di Dattoli in tutto questo dove si colloca? Colpisce l’assoluta certezza sulle responsabilità limitate ricoperte dal manager di Triggiano sulla vicenda, la gran parte dei medici assolverebbe Dattoli “a prescindere” giustificando quella loro fiducia per il solo fatto di aver perso un punto di riferimento. I detrattori del «dg», insediato con l’appellativo altisonante di «Superman» da Emiliano nell’ottobre del 2017, invece si sfogano preferibilmente su Facebook e mantengono un profilo più riservato in pubblico. Facendo la tara tra le assolute certezze degli uni e le esternazioni, a volte gli insulti, degli altri vien fuori un quadro ancor più nitido della figura di un dirigente rimasto in prima linea quattro anni, che aveva ereditato un ospedale-cantiere e stava cercando di rimetterlo in sesto avendo dalla sua il pieno sostegno politico e finanziario della Regione (cosa non sempre avvenuta in passato). Per questo oggi la disavventura in cui è incappato il manager che ricorda nei tratti somatici il celebre attore americano Jerry Lewis, viene vista dalla gran parte del personale e dai cittadini increduli, come una jattura per il futuro di un policlinico lasciato a metà e di un lavoro in gran parte ancora da completare. 

Le condizioni caotiche del Pronto soccorso sono lo specchio di un’approssimazione organizzativa che neppure il manager «più bravo che c’è» (ancora Emiliano dixit) era riuscito a contenere. Il disagio dei cittadini e del personale in servizio sembrava qualche settimana fa giunto agli sgoccioli, il trasloco nel nuovo Dipartimento di emergenza urgenza «Deu» era stato pianificato per la fine/inizio del nuovo anno. Ma ora, proprio a seguito del macigno fatto rotolare dalla Procura, la decisione potrebbe slittare: tutto in via Pinto ruota intorno a Dattoli. Di qui i timori sul pericoloso vuoto gestionale in cui sarebbe piombato il policlinico foggiano, difficoltà a cui sta facendo fronte il direttore amministrativo Michele Ametta, manager di lunga esperienza ai “Riuniti” al quale la Regione chiede oggettivamente un’impresa titanica: attenuare i contraccolpi del vuoto al vertice nell’immediato e nel seguito (l’interim dura sei mesi), mandare avanti un’azienda di 2mila dipendenti azzoppata proprio nel pieno di una trasformazione strutturale e culturale mentre la pandemia rialza pericolosamente la testa. 

L’inchiesta della Procura foggiana rivela come il «già visto» di decine di altre inchieste resti attuale, la sanità pugliese continua a drenare troppi interessi rispetto all’effettivo servizio reso all’utenza. La Regione ha il dovere di metterci una toppa, probabilmente qualche «mea culpa» dovrà farlo pure Emiliano mettendo un freno alla spasmodica ricerca di consenso, così come lo accusano i partiti di opposizione. A Foggia però quel senso di mestizia che c’è nell’aria non si dissolverà come neve al sole, il direttore generale Dattoli nel bene (e nel male) ha segnato un’epoca: se i medici già ne rimpiangono «competenza» e «praticità», qualcosa vorrà pur dire.   

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