Contro la criminalità foggiana non solo muscoli, ma più educazione

L’augurio per la comunità foggiana, scossa dalle ultime bombe del racket, è che la ministra Luciana Lamorgese (nella foto in Prefettura a Foggia), una volta rientrata a Roma si faccia portavoce con il governo della complessità delle lagnanze manifestate dal territorio nella sua ultima visita in terra di Capitanata. E che il suo non sia solo un impegno “settoriale”, da ministro dell’Interno, appunto, sull’invio di 50 uomini delle forze dell’ordine in più per consolidare il presidio d’indagine nella lotta al crimine. Sul tavolo ci sono ben altre esigenze e non solo di natura repressiva. Il bisogno di «nuove agenzie educative», in una provincia dove il volontariato cerca di supplire un po’ a tutto (dall’accoglienza ai migranti al ruolo delle parrocchie), è un deficit che rischia di scavare nuove trincee nel senso di comunità locale dopo i disastri provocati dal Covid sull’evasione scolastica dei ragazzi appartenenti alle fasce più povere e marginali di città popolose e storicamente attive nel reclutamento mafioso tra le giovani generazioni come Cerignola, San Severo, naturalmente Foggia. 

I sette attentati in undici giorni davanti a esercizi commerciali, saranno forse pure un gesto di debolezza della mala locale a corto di soldi, un’azione di “marketing” per dirla con il fondatore dell’associazione Antiracket Tano Grasso che punti a ribadire “chi comanda davvero”. Più prosaicamente quegli attentati, secondo il cittadino medio, denotano l’esigenza di calibrare meglio una nuova strategia di guerra spesso ingaggiata con toni muscolari ma che forse necessiterebbe di una doppia modulazione: più fiuto e conoscenza delle dinamiche criminali locali per risalire poi ai mandanti, ancora inafferrabili, e indossare  a quel punto l’elmetto come dichiarato a Foggia dal procuratore antimafia Federico de Raho. Qualche precedente lo suggerisce. Questa mafia utilizza criminali scollegati dal suo sistema “organizzativo” per le attività di manovalanza, probabilmente la lettura delle ultime bombe andrebbe ricercata nella penultima escalation (quattro colpi tra il 2019 e il 2020) che portò all’arresto di un cosiddetto pesce piccolo, un cittadino albanese trapiantato a Foggia, tradito dalle videocamere di sorveglianza per gli attentati al centro “Il sorriso di Stefano” e al ristorante Poseidon. La decisione di spostare un significativo nucleo della Dda di Bari (direzione distrettuale antimafia) nella caserma Miale a Foggia dove già opera una sezione della Dia (direzione investigativa antimafia), nucleo di polizia giudiziaria ora affiancato da un pool di magistrati, sembra suonare anche questa un po’ tardivamente. E comunque meglio tardi che mai. Ma ricordiamo, sommessamente, che a furia di sottovalutazioni la criminalità foggiana si è guadagnata negli anni l’appellativo di Quarta mafia.  

E le sviste non sono finite. Sarebbe miope oggi non considerare la richiesta accorata, quasi una supplica, rivolta anche al ministro dell’Interno dal procuratore capo Ludovico Vaccaro di dotare la provincia di Foggia di «almeno tre tribunali, quello di Foggia da solo non ce la fa». Il governo ha già chiuso la porta su questo argomento: ci sono ragioni di budget alla base della scelta. Ma una giustizia ingolfata di processi da celebrare, con i faldoni accumulati nei corridoi e senza persino più scaffali dove metterli è un chiaro segnale di sottovalutazione del fenomeno, l’ennesimo perpetrato ai danni di quella che resta una provincia di cui ci si accorge solo quando il pizzo alza i decibel dell’offensiva criminale. 

C’è insomma qualcosa che non torna tra le intenzioni dello Stato e le azioni sul campo, se il ministro Lamorgese torna (giustamente) a spronare l’opinione pubblica foggiana a collaborare con le istituzioni. Ma se poi le ricadute dell’impegno dello Stato sono quasi invisibili, l’invito del ministro viene percepito come un messaggio protocollare dai cittadini. Se poi lo Stato, attraverso le sue varie articolazioni, non si cura di informarlo su ciò che gli accade intorno. Un altro esempio? Restano da capire i motivi per i quali le forze dell’ordine, a fine del 2021 e per la prima volta, non abbiano reso noti i dati dello “SDI”, la banca dati che permette di farsi un’idea sul piano statistico del fenomeno criminale, con dirette ricadute sociali. E’ anche attraverso questi indizi apparentemente inutili che la mafia locale riesce poi a mimetizzarsi, fino al prossimo colpo.  

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