La Resistenza e il rischio di uno spot all’olio di ricino

Resistenza è anche opporsi alle continue tentazioni di un mondo che ci vuole fulgidi, liquidi, invincibili. E’ la retorica dei nostri anni, di chi non si adegua e scivola nell’imbuto dell’irrilevanza. I giovani sono i principali destinatari di questa nuova narrazione: se ne alimentano dai social e, più o meno inconsciamente, ci finiscono dentro. Così i Valori di un tempo smarriscono il loro significato, si studiano a scuola ma giusto per prendere un buon voto in pagella. Non sarebbe forse il caso che ci si occupasse di questo, piuttosto che infilarsi sistematicamente nella dicotomia fascismo/antifascismo che irrigidisce le posizioni e arroventa gli animi?

Cerchiamo di essere pratici, forse anche un po’ brutali: come si fa a diffondere tra i giovani i valori della lotta partigiana, se poi si continua a raccontare quanto fu efferato il crimine delle squadracce fasciste? Oggi la violenza affascina, la logica del capo branco fa presa sulle giovani generazioni. Si fa presto a mutuare il messaggio antifascista in uno spot all’olio di ricino. 

Il rischio boomerang è dietro l’angolo, i recalcitranti all’”ordine” mussoliniano venivano manganellati ieri come anche oggi in alcuni cortei studenteschi. Chi si oppone, giù botte. Episodi tuttavia non sufficienti a prendere le distanze da una certa ideologia fascistoide. Le croci celtiche, i saluti romani, sono materiale da curva da stadio. Ma fuori da certi contesti iconografici, il folklore si stempera in modelli di comportamento emulativi. Oggi i giovani considerano Mussolini un decisionista, uno che sapeva ciò che voleva. E paradossalmente le lezioni di antifascismo del 25 Aprile finiscono per echeggiare suoni sinistri. Nulla a che vedere con le contrapposizioni anni ’70 fra fascisti e comunisti, nella volgarizzazione dei social le giovani generazioni raccolgono solo i messaggi diretti e risolutivi. Con quali risvolti? 

Durante le celebrazioni della Liberazione abbiamo rivissuto le scene raccapriccianti della guerriglia fascista scatenata contro ebrei e connazionali, la reazione dei partigiani (rossi, liberali, monarchici…) che non poteva non essere della stessa violenza dati i tempi e le asprezze del conflitto. Buoni contro i cattivi, il messaggio che abbiamo impacchettato da oltre mezzo secolo. Ma dalle connessioni con la storia viene fuori, preponderante, l’immagine dell’uomo forte: è Mussolini che sovrasta un martire del fascismo come Giacomo Matteotti, non il contrario. Per il deputato socialista, giustiziato davanti all’uscio di casa, c’è ancor oggi commiserazione e sdegno per fatti avvenuti cento anni fa, non la condanna unanime di un crimine spaventoso. La spavalda ipocrisia del duce che, da capo del governo, negò alla famiglia la pietà dello Stato che indebitamente rappresentava, risuona minacciosa a fronte di tante, troppe amnesie. 

Allora, quanto devono far riflettere certe reazioni? Sono sensazioni di pancia, la malcelata convinzione che quelle cupe epoche possano tornare (speriamo proprio di no), a irrigidire la mascella e lo sguardo truce di certi ultrà della porta accanto? Il giudizio della storia sarà pure stato emesso, ma forse non basterà a rifuggire dalla tentazione di una rilettura con le lenti di oggi e con una “destra destra” salita al governo che potrebbe incoraggiare un meccanismo di revisione inaccettabile. 

Mussolini non è un modello di vita (ma figuriamoci…), ma nella vaghezza dei nostri tempi può suggerire forme e metodi di ritorsione nei confronti della democrazia liberale. Anche la politica è sotto attacco, se indossa i panni della democrazia ma in fondo non sa governare le tensioni delle nuove povertà e dell’ascensore sociale che continua a saltare le fermate, al solito, delle regioni del Sud.

 

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