La verità che scotta con il giornalismo d’inchiesta

Quante bufale leggiamo, sui social e non solo. Fare giornalismo d’inchiesta oggi è forse l’unico antidoto alle fake-news, anche se basterebbe una doverosa verifica delle notizie per ottenere un’informazione attendibile. E’ questo l’”Abc” del giornalismo, eppure la stagione del web sembra aver stravolto alcuni dogmi intoccabili della nostra professione. Non sarebbe dunque tempo sprecato approfondire, andare a fondo dei fatti. Oggi più che mai. Ad avercene di tempo però… Quante testate possono permettersi di “sguinzagliare” i propri segugi per giorni, settimane, su un determinato fatto di cronaca? 

E’ la riflessione portata a Foggia dall’Academy del premio intitolato a Roberto Morrione, il primo direttore di Rainews che aveva un’idea del mestiere che oggi suona un po’ nostalgica («Un buon giornale viene fuori se chi lo guida è un vero democratico», una delle sue frasi cult). I ventisei apprendisti della Academy, venuti fuori da una selezione a cui hanno partecipato oltre cento giovani da tutta Italia, confermano un dato incoraggiante: il giornalismo non è un mestiere per vecchi, ci sono ancora schiere di ragazzi che sognano ad occhi aperti il ruolo del reporter e dell’inviato, anche se la penna e il Borsalino sulle tempie sono stati da tempo sostituiti dal tablet e dall’uso smodato di algoritmi. 

A questi ragazzi noi vecchi giornalisti dobbiamo molto, perchè aprono uno squarcio sul ruolo militante del cronista come dovrebbe essere sia pure oggi attraverso il ruolo facilitatore della tecnologia che fa trasmettere un pezzo da Roma a New York in un nanosecondo, mentre un tempo ci voleva un’ora per dettarlo via dimafono. Ma va detto pure che forse oggi è più faticoso fare giornalismo d’inchiesta, faticoso oltre che molto rischioso. Per questo alcuni abbandonano la scena: lo ha ammesso candidamente Alessandro Di Nunzio, foggiano, vincitore del premio due anni fa: «Ho scelto la famiglia, troppe le privazioni e le rinunce».  

Un caso isolato? Forse. Ma non si possono ignorare le parole di Sigfrido Ranucci, intervenuto da remoto a Foggia, rincorso da «qualche centinaio di querele e richieste di risarcimento» con la sua Report, il Sancta Santorum del giornalismo d’inchiesta del nostro paese. Proprio i casi segnalati da Report sottolineano come del giornalismo d’inchiesta una democrazia matura, quale dovrebbe essere la nostra, non può fare a meno. Le inchieste sui politici, i corrotti (che a volte coincidono con gli stessi figuri), le malversazioni degli amministratori locali, i raggiri e i soprusi finiscono spesso per instradare le inchieste della magistratura, o vengono subito dopo lo scoppio degli scandali. 

Il giornalismo d’inchiesta resta una finestra indispensabile per sapere cosa c’è dall’altra parte del vetro, altrimenti resteremmo tutti incollati a osservare ciò che ci viene fatto vedere. E’ un modo di giornalismo tosto, sgradevole per chi lo subisce, faticoso per i cronisti chiamati a indagare senza le prerogative e le protezioni di un detective di professione. Bisogna essere soldati oggi per fare quel tipo di giornalismo e per fortuna dal premio Morrione viene fuori un quadro confortante sull’attitudine a cimentarsi su tematiche scomode. Insomma oltre la suggestione dei messaggini social c’è dell’altro nell’orizzonte di questi ragazzi.

Una riflessione scaturita dal brand «quarta mafia»: il Premio Morrione con annessa “PRM Academy” a Foggia (tredicesima edizione) è arrivato nell’ambito dei “Cento giorni per la Legalità di Foggia”, il format del ministero dell’Interno organizzato dalla Consulta provinciale per la legalità per promuovere una nuova coscienza civile in una città scossa dalla criminalità organizzata. Sono stati fin qui tenuti spettacoli e convegni a tema, tante le scolaresche che hanno partecipato agli incontri voluti dal ministero. Si discute di mafia con gli addetti ai lavori, ora anche di giornalismo serio e impegnato: la speranza è che nel mondo digitale dei nostri ragazzi resti impigliato qualcuno di questi concetti. 

 

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