La politica prima della tempesta

La Spagna va in trincea per la casa negata ai meno abbienti, le strade di Parigi sono assaltate dagli studenti inferociti dagli scarsi investimenti sull’istruzione, la Germania sposta nelle urne le sue ansie sul lavoro e premia i neonazisti dell’Afd.

Il cuore europeo nella tempesta, si fa strada un’evidente sfiducia nella politica risolutrice di problemi. E l’Italia? Anche noi potremmo ribellarci sulla casa negata, la scuola a rotoli, il lavoro precario. Le abbiamo tutte. Ma non lo facciamo nemmeno per le sistematiche morti sul lavoro (in media una al giorno), per l’estenuante oltraggio dei femminicidi. Siamo diventati un paese insensibile? Oppure non abbiamo smesso di credere nel potere del ragionamento, della lotta democratica?

Nell’assenza di una seria presa d’atto almeno delle emergenze più allarmanti (morti sul lavoro e femminicidi) possiamo ritenere l’Italia un paese seduto senza ombra di smentita, ben distante dal resto dell’Europa anche in questo. Partiamo proprio dal presupposto europeo per capirci: Francia, Germania, Spagna e Italia sono l’architrave della struttura comunitaria. Contiamo nel mondo, secondo un parere diffuso specie tra gli economisti, perché solo in forza del monolite europeo dai tempi del boom economico (anni ’60) possiamo confrontarci con gli Usa e via via con tutti gli altri colossi confluiti anche loro nel blocco dei paesi Brics (Brasile, Russia, India, Sudafrica). Restiamo i più competitivi in forza dei nostri mercati e del nostro Pil, molto meno sul piano delle tecnologie che riequilibreranno i destini del mondo. Ma questo è un altro tema. E’ ancora l’economia a dettare l’agenda alla politica. 

La partita del futuro si continuerà a giocare sulla forza dei commerci e, forse, soprattutto delle armi. Ma dovrà esserci ancora spazio per il genio, l’intrapresa, la forza della dottrina che hanno fatto del Vecchio continente lo Stato-paese guida del mondo conosciuto fino almeno ai primi del ‘900. E’ un obbligo che l’Europa e l’America post-Trumpiana dovrà darsi per uscire dal pantano.

Ne siamo già venuti fuori. Il declino del mondo fu anticipato e introdotto da due guerre mondiali, la crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti nel ’29 introdusse in Occidente la deregulation del contrabbando e della deriva ordinamentale. E’ stato dopo le devastazioni del nazismo che l’Occidente si è uniformato dietro le linee guida comuni, ma ottant’anni di visione univoca (e di prosperità economica) sono un’epoca minata oggi da altri fattori. Le guerre, l’Intelligenza artificiale e la crisi della politica che “non risolve più i problemi” della gente sono le cause anche del nostro immobilismo?

Così l’Europa si rivolta contro se stessa, il popolo non ne riconosce più i valori fondativi e il governo di Bruxelles è ancora troppo impacciato nei suoi ghirigori regolamentari per pensare a una soluzione che salvi le crisi regionali. L’Italia, da questo punto di vista, sembra essere il paese che sta meglio. Ma non è così. Non ci sono rivolte per strada, l’ordine sociale è però costantemente minacciato da un coacervo di crisi e contraddizioni (la collocazione da dare agli immigrati) che promettono l’accensione della miccia a ogni angolo di strada.

Stiamo perdendo il nostro senso morale e sociale verso l’abbandono della politica impegnata e non ce ne accorgiamo. Un altro modello però non c’è, dovrebbe bastare questo a spingerci a non gettare il bambino con l’acqua sporca. 

Politics before the storm

Spain is going into the trenches over housing denied to the less well-off, the streets of Paris are being stormed by students enraged by the lack of investment in education, Germany is taking its concerns about jobs to the ballot box and rewarding the neo-Nazis of the AfD.

The heart of Europe is in a turmoil, and a clear distrust of problem-solving politics is emerging. And what about Italy? We too could rebel against housing denial, school failure, and precarious employment. We have them all. But we don’t even do so over the systematic workplace deaths (an average of one a day), or the exhausting outrage of femicides. Have we become a calloused country? Or have we not stopped believing in the power of reasoning, of democratic struggle?

In the absence of serious acknowledgment of at least the most alarming emergencies (workplace deaths and femicides), we can unequivocally consider Italy a country sitting still, far removed from the rest of Europe in this regard as well. Let’s start with the European premise to understand each other: France, Germany, Spain, and Italy are the cornerstone of the European Union. We matter globally, according to a widespread opinion, especially among economists, because only thanks to the European monolith that has existed since the economic boom (the 1960s) can we compete with the US and, gradually, with all the other giants that have also merged into the BRICS bloc (Brazil, Russia, India, South Africa). We remain the most competitive thanks to our markets and our GDP, much less so in terms of the technologies that will rebalance the world’s destinies. But that’s another topic. Economics still dictates the political agenda.

The future will continue to be played on the strength of trade and, perhaps, above all, weapons. But there must still be room for the genius, enterprise, and strength of doctrine that made the Old Continent the leading state-country of the known world until at least the early 1900s. It’s an obligation that Europe and post-Trumpet America will have to assume to escape the quagmire.

We’ve already come out of it. The decline of the world was anticipated and ushered in by two world wars, the economic crisis that hit the United States in 1929 introduced the deregulation of smuggling and regulatory decline in the West. It was after the devastation of Nazism that the West aligned itself behind common guidelines, but eighty years of unified vision (and economic prosperity) are an era now undermined by other factors. Are wars, artificial intelligence, and the crisis of politics that “no longer solves people’s problems” also the causes of our inaction?

Thus, Europe is turning against itself, the people no longer recognize its founding values, and the Brussels government is still too encumbered by its regulatory squiggles to consider a solution that can save regional crises. From this perspective, Italy seems to be the country that is doing better. But that’s not the case. There are no riots in the streets, but the social order is constantly threatened by a jumble of crises and contradictions (the place to be given to immigrants) that promise to ignite a fuse on every street corner.

We are losing our moral and social sense by abandoning engaged politics, and we don’t realize it. There isn’t another model, however; this should be enough to encourage us not to throw the baby out with the bathwater.

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