Il Brasile si rifugia in Lula come l’Italia in Mattarella

Ma allora, come la mettiamo con questa storia della destra che quando perde le elezioni è sicuramente per colpa di brogli o di forze oscure e quando invece le vince l’ha voluto il popolo o, in iperbole, per un segno divino? Conviene ancora chiamare “destra” la protervia fatta sistema, non sarà mica che dai primi esiti elettorali di queste ultime settimane si riesca a cogliere il senso di un ravvedimento popolare planetario? 

Il successo di Lula in Brasile, Netanyahu che barcolla in Israele, Vucic a Belgrado sconfitto dagli studenti, non sembrano coincidenze della storia ma il sintomo di una tendenza che sta cambiando.

L’indizio sarebbe interessante e comunque andrà verificato a breve in vista del “big bang” che si gioca all’ombra della Casa bianca. Le elezioni di midterm, il prossimo 3 novembre, possono essere uno spartiacque tra la destra populista e il popolo ammaliato dalle sue promesse.  Questa volta c’è in gioco la corona del capo dei rivoltosi, non a caso Donald Trump già minaccia fuoco e fiamme in caso di sconfitta. Il tycoon, lo ricordiamo, fu il principale ispiratore della deriva populista destrorsa che tracimò con tutta la sua forza nell’ordine, impartito ai propri simpatizzanti, di assaltare Capitol Hill il 6 gennaio 2021, dopo la sconfitta alle presidenziali con Biden. Irruzione che ebbe emuli in Brasile due anni dopo (gennaio 2023) quando gli elettori del deposto presidente Jair Bolsonaro misero a ferro e fuoco il palazzo del governo e la corte suprema ingaggiando per giorni scontri con la polizia.

Oggi Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente carioca già in carcere, scappa con passaporto italiano dall’amico Trump, scampando anche lui all’arresto per aver finanziato illegalmente la campagna elettorale. 

E’ la destra che non accetta la sconfitta e reagisce con l’arroganza della presunzione di dover vincere. Anche l’entourage di Netanyahu pare fosse pronto a sollevare il suo castello di accuse contro la regolarità delle elezioni in caso di sconfitta. Il Likud invece resta il primo partito dello stato ebraico, ma adesso per fare il governo dovrà scendere a patti con le opposizioni e con il 18% dei partiti arabi, insomma non è finita per il premier dalle orecchie a sventola che la Corte penale Internazionale vorrebbe vedere in arresto.

Ma, allora, qual è l’etica della destra di governo se il vento non gira più a proprio favore? Gridare al complotto, come si è visto, non funziona più, chissà che non comincino a fischiare le orecchie anche a Giorgia Meloni, già in modalità di campagna elettorale con un altro anno (o poco meno) di governo da portare a compimento. Importante che comincino gli elettori a chiederselo dove possa andare a parare una destra così sfacciatamente populista, xenofoba, guerrafondaia e con il vizio dell’arricchimento personale (Trump, Bolsonaro). 

Non è sempre stata così la destra degli Almirante e degli Chirac, che pure ha pagato l’esclusione per decenni dal desco politico e partitocratico (non in Francia). Non è il caso di rimpiangere la destra sociale di Giorgio Almirante rimasta fedele all’idea concettuale del fascismo, è però semmai il caso di ricordare qual era il livello culturale che quella destra riusciva a portare nel dibattito politico. Almirante e Berlinguer, pur tra forti divergenze, erano avversari leali nei comizi e alle tribune politiche di Ugo Zatterin negli anni Settanta. Quella destra pur confinata nelle segrete della vergogna nazionale per il colossale fallimento del progetto  mussoliniano (di cui ne rivendicava in toto l’eredità politica), deteneva una cultura di base che la allontana anni luce dalle rivendicazioni volgari e sciatte della destra attuale.

Non c’è stata rivisitazione del modello di destra nemmeno dopo la svolta di Fini e di Giuseppe Tatarella (anni Novanta), le cui consegne sono state prese dai Fratelli d’Italia di Meloni che ha spinto il partito (portato dal 4 al 28%) verso semplificazioni prive di ragionamento e abbastanza surreali come la pretesa di governare dall’Europa l’asse con gli Usa di Trump.

Per chi crede ancora nei valori fondanti delle democrazie, l’arroganza e il pressappochismo del presidente americano, già intuibili durante il primo mandato (2016-2020) sono oggi elementi più che sufficienti per decretarne con due anni d’anticipo la fine politica. Giusto che il mondo libero attenda con interesse il voto per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato, auspicando se non proprio il cappotto dei democratici sui repubblicani (più difficile al Senato), quantomeno il ribaltamento alla Camera che ridimensionerebbe molto il potere del tycoon.  Scelte strategiche come la guerra condotta finora in Iran senza alcun mandato parlamentare, il rapporto simpatizzante con la Russia di Putin ai danni della martoriata Ucraina, per non parlare delle scelte di politica interna, avrebbero effetti sul mondo meno impattanti se Trump non avesse più mano libera.

Se la fuga dopo la sconfitta di Bolsonaro junior in Brasile è il segno di un ravvedimento popolare esportabile, l’azzoppamento di Trump potrebbe aprire scenari meno scontati (a leggere i sondaggi) sull’esito delle presidenziali di maggio in Francia e poi (o contestualmente) delle Politiche italiane.  Lula in Brasile è l’emblema di una politica presentabile ancora accettabile, nonostante gli ottant’anni suonati e la mancanza di ricambi nello schieramento progressista, un po’ come è accaduto in Italia per la rielezione di Mattarella al Quirinale. 

D’accordo, non è proprio la stessa cosa, anche se la ripetitività di alcune sostanziali correzioni del presidente della Repubblica su certe disposizioni del governo (come l’ipotesi di affidare compiti di polizia ai militari schierati ai cortei studenteschi), ne fanno quasi una terza Camera. Ma Lula e Mattarella sono il vecchio che resiste in attesa che un’alternativa vera e cedibile si faccia avanti. La violenza verbale, le invettive da “padroni” di una destra che non ha saputo presentare un volto migliore, sono gli effetti di un fallimento innegabile.

Brazil takes refuge in Lula, as Italy does in Mattarella.

So, what do we do with this story of the right-wing losing elections, which is surely due to fraud or dark forces, and winning because the people wanted it or, to put it bluntly, by a divine sign? Is it still appropriate to call systemic arrogance “right-wing”? Could it be that the initial election results of recent weeks suggest a global popular repentance?

Lula’s success in Brazil, Netanyahu’s faltering position in Israel, and Vucic’s defeat by the students in Belgrade don’t seem like historical coincidences, but rather symptoms of a changing trend.

This would be an interesting clue, and in any case, it will need to be verified soon, given the “big bang” unfolding in the shadow of the White House. The midterm elections, on November 3rd, could be a watershed moment between the populist right and the people captivated by its promises. This time, the crown of leader of the rioters is at stake; it’s no coincidence that Donald Trump is already threatening to kill if he loses. The tycoon, let’s remember, was the main instigator of the right-wing populist drift that spilled over with full force in the order, given to his supporters, to storm Capitol Hill on January 6, 2021, after losing the presidential election to Biden. This incursion was emulated in Brazil two years later (January 2023), when voters of deposed President Jair Bolsonaro set fire to the Capitol building and the Supreme Court, engaging in days-long clashes with the police.

Today, Flavio Bolsonaro, son of the former Rio de Janeiro president, currently in prison, is fleeing from his friend Trump on an Italian passport, also escaping arrest for illegally financing the election campaign.

It is the right that refuses to accept defeat and reacts with the arrogance of the presumption of having to win. Even Netanyahu’s entourage appears ready to raise its own barrage of accusations against the fairness of the elections in the event of a defeat. The Likud, however, remains the largest party in the Jewish state, but now, to form a government, it will have to come to terms with the opposition and the 18% of Arab parties. In short, it’s not over for the protruding-eared prime minister, whom the International Criminal Court would like to see arrested.

But then, what are the ethics of the right-wing government if the winds are no longer in its favor? Crying conspiracy, as we’ve seen, no longer works. Who knows, maybe even Giorgia Meloni’s ears will start ringing, already in campaign mode with another year (or a little less) of government to complete. It’s important that voters begin to ask themselves where a right-wing party so brazenly populist, xenophobic, warmongering, and obsessed with personal enrichment (Trump, Bolsonaro) is headed.

The right wing of Almirante and Chirac hasn’t always been this way, even though it paid the price of decades of exclusion from the political and party-political table (not in France). There’s no need to mourn Giorgio Almirante’s social right wing, which remained faithful to the conceptual idea of ​​fascism. Rather, it’s worth remembering the cultural level that right wing managed to bring to political debate. Almirante and Berlinguer, despite their strong differences, were loyal adversaries at Ugo Zatterin’s rallies and political platforms in the 1970s. That right wing, though confined to the dungeons of national shame for the colossal failure of Mussolini’s project (of which it fully claimed political heritage), possessed a basic culture that distances it light years from the vulgar and sloppy demands of today’s right wing. There has been no revisitation of the right-wing model even after the turnaround of Fini and Giuseppe Tatarella (in the 1990s), whose mandate was taken over by Meloni’s Brothers of Italy, which pushed the party (increasing its share from 4% to 28%) toward unreasonable and rather surreal simplifications, such as the claim to govern Trump’s alliance with the United States from Europe.

For those who still believe in the founding values ​​of democracy, the American president’s arrogance and superficiality, already discernible during his first term (2016-2020), are now more than sufficient to decree his political demise two years early. It’s right that the free world eagerly awaits the vote to renew the House of Representatives and a third of the Senate, hoping, if not a Democrat sweep over the Republicans (more difficult in the Senate), at least a reversal in the House, which would significantly reduce the tycoon’s power. Strategic choices such as the war waged so far in Iran without any parliamentary mandate, the sympathetic relationship with Putin’s Russia to the detriment of tormented Ukraine, not to mention domestic political choices, would have less impact on the world if Trump no longer had a free hand.

If the the escape after the defeat of Bolsonaro junior in Brazil is the sign of an exportable popular repentance, the crippled Trump could open up less obvious scenarios (reading the polls) on the outcome of the May presidential elections in France and then (or at the same time) of Italian politics. Lula in Brazil is the emblem of a presentable politics that is still acceptable, despite his eightieth birthday and the lack of replacements in the progressive camp, a bit like what happened in Italy with Mattarella’s re-election at the Quirinale.

Agreed, it is not quite the same thing, even if the repetitiveness of some substantial corrections by the President of the Republic on certain government provisions (such as the hypothesis of entrusting police duties to the soldiers deployed at student demonstrations), make it almost a third Chamber. But Lula and Mattarella are the old man who resists waiting for a real and transferable alternative to come forward. The verbal violence, the invectives of the “masters” of a right that has not been able to present a better face, are the effects of an undeniable failure.

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