
Sono un «brodino» i Giochi del Mediterraneo di Taranto. Un vuoto a perdere, anche se l’immagine della città in questi giorni lucenti, risplende effettivamente i colori dei tempi andati. Doveva essere il risarcimento dello stato italiano, dopo l’inganno dell’acciaieria più importante d’Europa. Ci vuole ben altro per sanare le ferite, i fischi alla premier Meloni dicono soprattutto questo.
I cittadini non fischiano a prescindere, s’è sempre una ragione più profonda persino delle convenienze politiche. E quattordici anni di inerzia sul siderurgico, nel paese membro effettivo del G7 e dalla produzione industriale tra le più significative al mondo, non si giustificano più. Si può semmai giustificare, ma non tollerare ancora, lo schiaffo a fin di bene di quando la politica locale e nazionale lucrarono sulle «migliaia di posti di lavoro» che avrebbe portato l’allora Italsider. Era il 1965, non c’era semplicemente una politica ambientale e basti come attenuante generica. Sebbene dovesse sembrare già allora un’idea mostruosa, quella di installare una gigantesca chiazza d’acciaio in un’insenatura naturale. Ma tant’è.
Non si può però far finta di nulla oggi, che i morti per tumore tra la popolazione e per infortuni sul lavoro tra i dipendenti, chiedono finalmente verità, giustizia e un briciolo di buonsenso.
Altro che risarcimento ci vorrebbe per Taranto. Chi scrive fu abitante per pochi mesi di quella ancora ridente città dei due Mari, nei primi anni Settanta. Era imponente e imperiosa: il ponte girevole, l’Arsenale militare, il palazzo della Provincia, viale Magna Grecia. Di quella magia, dovuta anche alle suggestioni da bambino, è rimasto ben poco man mano che gli anni dell’età adulta aggiornassero il quadro d’insieme di una città avvolta nella nube rossastra degli altiforni, il colpo d’occhio delle successive visite.
Sarà dura restituire l’immagine di quei luoghi, dopo la decomposizione sociale e insieme economica di un’area che rischia di smarrire per sempre la garanzia di un benessere dai 13mila posti di lavoro, insieme alle speranze di migliaia di famiglie. Che la corruzione del denaro possa almeno oggi funzionare da detonatore per inventarsi qualcosa di nuovo per Taranto, sempre nell’acciaio, il suo destino macabro e inevitabile: ma con regole nuove, con investimenti concreti sulla salvaguardia dell’ambiente e della vita umana.
I fischi al governo di turno vogliono dire proprio questo: fare qualcosa, ma nel verso che si è dato tanto tempo fa. Invertire la marcia adesso non avrebbe più senso, se esiste oggi un’economia pulita e compatibile con la vita delle persone. Non basteranno i Giochi a mitigare la sofferenza di quei luoghi bellissimi e vilipesi. Serve la ragione, tante volte mancata.