L’abitudine ai femminicidi

Un tempo, i femminicidi (nella foto l’ultima vittima, Lorena Isceri), avevano sull’opinione pubblica lo stesso effetto di certe notizie sensazionalistiche che le scuole di giornalismo indicavano tra quelle dell’“uomo che morde il cane”, l’esempio più abusato.

Ora che ce ne sono troppe di notizie così, l’effetto che producono sull’opinione è un senso di stanchezza e, spiace dirlo, di assuefazione. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: dall’assuefazione alla ripulsa il passo è breve. Almeno in quelle persone di “buona volontà” che non ne possono davvero più di subire la cronaca dei tg senza fiatare. Dalla repulsione può venir fuori finalmente quella reazione corale, determinata e definitiva in grado di modificare le coscienze e il senso comune. Perché ancora la tolleriamo questa aberrante condizione di silenti ascoltatori, inutile girarci intorno. 

Una reazione che dovrebbe scattare almeno in coloro che non vogliono rassegnarsi a un tale stillicidio di sevizie quotidiane. Se ci capita ancora di girare la testa dall’altra parte, davanti alla morte di Lorena, Tania, Luigia, Ilaria, Sara, Cinzia e molte altre è perché nel nostro inconscio immaginiamo ancora che prima o poi la spirale di possa fermare. 

Ma non accadrà se prima non scatterà nell’animo di tutti noi la volontà di metterci un freno. Come? Cominciando ad agire nel focolare domestico, a correggere i comportamenti oltranzisti e abitudinari a carico delle proprie mogli, delle proprie sorelle, delle proprie figlie. E via di questo passo. Il festival “Le Giuste Parole”, in corso a Foggia e Vieste a cura della cooperativa sociale Il Filo di Arianna e dal Learning Sciences institute dell’Università degli Studi di Foggia (progetto Zona Franca, fondazione Con il Sud), mira proprio a questo: cambiare la narrazione di quasi tutte le notizie sui femminicidi. 

E’ un processo lungo, ma sono le vittime di oggi a determinare la torsione, prima o poi, nell’opinione pubblica di cui c’è bisogno. Siamo tutti d’accordo che la violenza sulle donne sia soprattutto un problema culturale, dell’uomo moderno come lo era dell’uomo nell’antichità. Da questo punto di vista nulla è cambiato.

Commette violenza sulla donna l’uomo acculturato e progressista e l’uomo di bassa cultura che torna a casa ubriaco. Il ruolo che può svolgere l’informazione non è marginale, cominciando a modificare la natura lessicale di certe notizie in cui spesso si tende implicitamente a giustificare il violento: perché una donna uccisa durante “un raid” (lo leggiamo spesso in qualche titolo), lascia intendere che l’omicida in quel momento non fosse capace di intendere e di volere. Ma solo in quel momento, si badi bene. “Una brava persona”, dicono i vicini: anche questo un abuso che si dà in pasto ai lettori. Cosa possono mai saperne i vicini?

Premesso che l’informazione, continuando di questo passo, non svolge un buon servizio a difesa della causa, passiamo all’autodeterminazione femminile. Perché anche di questo ci sarebbe bisogno per scacciare il cliché del maschio violento e prepotente. Un concetto che ci riporta alle battaglie radicali e progressiste del femminismo anni ’70. C’è bisogno anche di quelle lotte oggi per rimettere in asse la realtà e guardare avanti. 

E se cambia qualcosa nella testa dell’opinione pubblica, forse avremo compiuto un passo decisivo verso lo sdoganamento della donna da un’idea di possesso che alberga in un uomo su due.

The habit of femicide

Once upon a time, femicides (the latest victim, Lorena Isceri, pictured) had the same effect on public opinion as certain sensationalist news stories that journalism schools listed among those of the “man biting his dog”—the most overused example.

Now that there are too many such stories, the effect they produce on public opinion is a sense of weariness and, sadly, of habituation. But it’s an ill wind that blows nobody any good: from habituation to revulsion, there’s a short step. At least among those people of “good will” who are truly fed up with being subjected to the news without a word. From revulsion, a united, determined, and definitive reaction can finally emerge, capable of changing consciences and common sense. Why do we still tolerate this aberrant state of silent listeners? There’s no point beating around the bush.

A reaction that should be triggered, at least in those who don’t want to resign themselves to such a daily drip-feed of torture. If we still find ourselves turning a blind eye to the deaths of Lorena, Tania, Luigia, Ilaria, Sara, Cinzia, and so many others, it’s because, subconsciously, we still imagine that sooner or later the spiral will stop.

But it won’t happen unless the will to put a stop to it is first sparked in all of us. How? By starting to take action at home, correcting the extremist and habitual behaviors toward our wives, sisters, and daughters. And so on. The “Le Giuste Parole” festival, underway in Foggia and Vieste, organized by the Il Filo di Arianna social cooperative and the Learning Sciences Institute of the University of Foggia (Zona Franca project, Con il Sud Foundation), aims precisely to do just that: change the narrative of almost all news about femicides.

It’s a long process, but it’s today’s victims who, sooner or later, will bring about the shift in public opinion that’s needed. We all agree that violence against women is primarily a cultural problem, affecting modern man as it was in ancient times. From this perspective, nothing has changed.

Violence against women is committed by both the cultured and progressive man and the low-cultured man who returns home drunk. The role that information can play is not marginal, starting to change the lexical nature of certain news stories, which often tend to implicitly justify the violent perpetrator: because a woman killed during “a raid” (we often read this in some headlines) suggests that the murderer was incapable of understanding and willing at the time. But only at that moment, mind you. “A good person,” say the neighbors: this too is an abuse fed to readers. What could the neighbors possibly know?

Given that the information, continuing at this rate, is not doing a good job in advocating the cause, let’s move on to women’s self-determination. Because this too is needed to banish the cliché of the violent and domineering male. A concept that takes us back to the radical and progressive battles of 1970s feminism. Those struggles are also needed today to realign reality and look forward.

And if something changes in public opinion, perhaps we will have taken a decisive step toward liberating women from the idea of ​​possession that one in two men harbors.

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