Quei soliti sospetti

Sigfrido Ranucci non poteva continuare a condurre Report nel trambusto che lo circonda. Questione di credibilità e di buongusto televisivo. Ma è anche vero che la decisione della Rai, di affidare la conduzione a due giornalisti d’inchiesta di cui uno non della redazione, solleva inevitabili borbottii. E li responsabilizza eccessivamente. Una vendetta del governo contro il programma che ha spesso fatto le pulci al centrodestra? Pensarlo non è affatto pretestuoso.

Ranucci paga il suo peccato di vanità e la sottovalutazione della sua amicizia con Lavitola. Un “caro amico”? Il faccendiere, oggi in galera, non poteva esserlo di uno come Ranucci. Ed è assurdo che uno come Ranucci non lo abbia compreso fin dal primo momento. 

Da uno come Ranucci, ma anche dai suoi stessi inviati, ci si aspetterebbe, anche una volta fuori dall’obiettivo di una telecamera, comportamenti in linea contro il malaffare che quella trasmissione di solito denuncia. Cronisti al di sopra di ogni sospetto, come dovrebbero esserlo un po’ tutti per la verità. Ma quelli di Report di più. Non che debbano prendere i voti o chiudersi in un convento. Ma se lo storico programma di punta della Rai fa le pulci al sistema, è sintomatico aspettarsi dai suoi cronisti come minimo comportamenti coerenti. 

Ranucci era un habitué del ristorante di Lavitola. E con lui tanti altri giornalisti, anche di un certo peso. Gli altri potevano farlo, Ranucci no? Per le implicazioni e le conseguenze derivate da questa «amicizia», è evidente che qualcosa sia andato storto. E che Lavitola, considerato da molti un compagnone, si sia preso come si suol dire la mano con tutto il braccio di Ranucci. Che si è lasciato lusingare dalle farneticanti impressioni del compagno, lo vedeva come il possibile capo del centrosinistra alle prossime Politiche, secondo una delle ipotesi investigative. Sembrava di giocare al fantacalcio lì dentro, possibile che Ranucci non l’abbia capito? 

Non è nemmeno una questione di fonti, sacre per ogni giornalista. Come poteva esserlo per Ranucci ascoltare uno come Lavitola. Il giornalista non parla solo con chi ha la fedina penale pulita. Anzi, da quelli più “chiacchierati” generalmente si ricevono le dritte più succulente specie per chi fa nera o giudiziaria. Ma è anche vero che una volta ricevuta la soffiata (e dopo averla verificata prima di pubblicarla) il cronista deve saper conoscere i diversi gradi di frequentazione. E saper prendere le distanze.

Uno come Ranucci non poteva diventare un “caro amico” di uno come Lavitola. Il faccendiere è noto alle cronache dell’altroieri per essere stato il manipolatore della compravendita di parlamentari passati con Forza Italia per tenere in vita il governo Berlusconi. Ha montato il “caso Montecarlo” non solo per denunciare il misfatto dell’appropriazione indebita di un’abitazione donata da una benefattrice al partito, ma per affossare la credibilità politica di Gianfranco Fini, all’epoca gran capo di Alleanza nazionale, nonché avversario del Berlusca.

Un tipo spregiudicato, sopra le righe, inafferrabile nemmeno dopo aver scontato anni di galera per quei primi “errori”. Ignorarlo o pensare a una redenzione dell’amico, per uno come Ranucci, sarebbe forse più grave della presunta corresponsabilità. 

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